Tröi sbilénch - Sentieri a sghembo

Storia di un manoscritto poetico in dialetto di Bormio

 

 

Tra le carte lasciatemi da mio padre il documento più prezioso è costituito dalle sue memorie scritte in dialetto bormino e consegnate in un manoscritto dalla copertina cartonata senza alcuna indicazione. Il titolo si trova all’interno prima dell’incipit. Viene riproposto per comodità in Tröi šbilénch mentre nella completa traduzione italiana adottata come sottotitolo suona Itinerario lungo un sentiero che si inerpica a sghembo, folto di spini che ingombrano il libero cammino e impediscono di procedere diritti verso la meta desiderata.

Il lungo titolo ove insistito è il crescendo dei dettagli anticipa metaforicamente vicende della vita di mio padre che mi erano completamente oscure.

Per le pagine di questo diario Domenico Schena (familiarmente Dino) si è servito di un’agenda probabilmente offertagli dal cognato Mento Cantoni il cui figlio Maurilio gestiva all’epoca (1960) una farmacia a Milano. Ad ogni pagina l’agenda, accanto al giorno del mese stampato con grosso carattere, presenta incolonnati i giorni della settimana scritti in tedesco e in francese. Più discreta appare l’elencazione dei prodotti reclamizzati da una nota casa farmaceutica svizzera. Per poter disporre dell’intero spazio bianco sin dall’alto di ogni pagina, l’agenda è stata capovolta lasciando il testo a stampa in basso quasi fossero delle note.

Così si snoda il testo scritto in bella calligrafia punteggiato da numerose cancellature forse apportate durante la fase di rilettura. Si articola in due parti: la prima poetica (165 pagine) consta di 168 strofe, ciascuna di 10 versi composte in endecasillabi, 8 a rima alternata, 2 a rima baciata. Le restanti 160 pagine in prosa documentano la cronaca familiare dal 1904, morte della sorella Giannina, sino a quella della figlia Angelica avvenuta settantatre anni dopo.

L’autobiografia di mio padre si apre con un appassionata difesa del bel dialetto bormino che vede minacciato nel suo uso quotidiano da “foresti” insensibili alla sua sobria eleganza. Una certa acquiescenza nei loro confronti da parte dei convalligiani lo spinge a ricordare i valori identitari del dialetto. Attraverso la parlata locale si esprime infatti il senso di appartenenza allo stesso territorio, alle stesse radici storiche e culturali.

Per secoli il dialetto è stato il linguaggio vivo della libera Comunità di Bormio non disdegnato dai reggenti nei dibattiti pubblici. Possedeva e continua a possedere una straordinaria forza espressiva che dà forma a precisi termini calcati sulla realtà. Essi variano da una frazione all’altra con differenziate inflessioni a riprova di una varietà e di una ricchezza lessicale alimentata dallo spirito creativo dei parlanti.

La fedeltà al dialetto è per Domenico Schena il segno visibile di un rafforzato legame profondo con le proprie radici che egli intende mantener vivo nella sua biografia familiare.

Da insegnante non vede antinomia tra la lingua nazionale e il dialetto locale, anzi quest’ultimo è parte integrante della prima in virtù della sua valenza culturale e antropologica. Egli decide così di fare sua la funzione comunicativa dell’idioma bormino, normalmente circoscritto all’oralità, privilegiandone la dimensione poetica.

Conosceva sicuramente la produzione di Massimo Longa e di Giuseppe Pedranzini (Bepi Pedron), due eminenti bormini che negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento avevano dato egregie prove dell’uso dialettale nell’ambito poetico.

Nella loro scia Domenico Schena si cimenta con l’endecasillabo, il metro dei grandi poeti della tradizione letteraria, applicandovi l’immediatezza espressiva di termini e suggestioni foniche tipicamente bormine.

A questi versi egli affida la sua storia per nulla divertente poiché nasciù sόta una gràma ṧtèla. Con la consapevolezza di aver attraversato alcune fasi di smarrimento, fa il bilancio della sua esistenza. I versi assumono la funzione di strumento liberatorio dal ricordo ossessivo di tre visioni traumatiche che lo hanno accompagnato lungo l’intero arco della sua vita di ottuagenario.

Il primo trauma risale alla vigila del giorno che diede la svolta al ventesimo secolo. È sera e improvviso risuona il grido al föch, gent!. Fresco è il ricordo dell’incendio che pochi mesi prima aveva portato alla distruzione dell’intero abitato di Sant’Antonio Valfurva. Tutti scendono in strada e nella concitazione del momento il piccolo Dino, sentendosi trascurato dai familiari anziché seguirli, s’intrufola nel gruppo dei soccorritori. Giunto ai piedi della scala d’accesso al piano ove sono divampate le fiamme il bambino scorge in alto un’immagine irreale completamente avvolta dalle fiamme. Sviene e quando riprende conoscenza è circondato dall’affetto dei genitori, delle sorelle e del fratello lieti che lo svenimento si sia risolto positivamente.

La dinamica dell’accaduto è raccontata da un testimone, il maggiore dei figli della “Ermignin” (mamma Erminia), la vicina di casa che trasformatasi in “torcia umana” è causa del trauma subito dal piccolo Dino.

Questi i fatti: la famiglia era riunita in cucina quando la sorellina minore urta inavvertitamente una gamba del tavolo provocando il rovesciamento della lanterna accesa e una fuoruscita di petrolio che comincia subito ad avvampare. L’Ermignin temendo che il fuoco possa appiccarsi al mobilio urla ai piccoli di rifugiarsi dallo zio e al grande di cercare il padre nel fienile.

Con prontezza di riflessi afferra il sottopiede in pelle e lo distende sulla tovaglia per soffocare le fiamme ormai guizzanti. Per evitare poi che abbiano a propagarsi, raccoglie i lembi della tovaglia, ne fa un fagotto. Solleva la veste, vi ripone l’informe involto che stringe al suo busto e incurante delle fiamme si precipita verso la scala alla cui base si trova il piccolo Dino. Guadagnata infine la strada, l’eroica mamma chiede ai soccorritori di salvare la creatùra ch’éi in còrp e prima di esalare l’ultimo respiro riesce a stringerla al seno. (I particolari di questa tragico sacrificio vengono appresi attraverso le confidenze dei genitori mentre il piccolo Dino accolto nel lettone finge di dormire).

Agosto 1900, secondo trauma. Otto mesi dopo lo scamparsa dell’Ermignin il piccolo Dino si trova in villeggiatura a Santa Caterina affidato alle cure della zia. Papà Giovanni, titolare del locale ufficio postale e telegrafico, responsabile anche del servizio viaggiatori e bagagli, ha promesso al figlioletto una visita alla mamma rimasta a Bormio. Il giorno fissato è il 15 agosto, festività dell’Assunzione, momento topico della stagione estiva che obbliga il genitore a differire l’incontro.

Per il piccolo Dino il bisogno di “baciare la mamma” è improrogabile. Cova in cuor suo la ribellione e, adducendo a pretesto la partecipazione a gare che l’avrebbero occupato sino a sera, trova un nascondiglio nel carro dei bauli diretto a Bormio. Il postiglione s’accorge del clandestino quando il villaggio di San Nicolò, meta della corsa, è ormai vicino. Il casuale incontro con una coppia di compaesani in cammino verso i dintorni di Santa Caterina consente al vetturino di pattuire un compenso perché il piccolo sia riaccompagnato dal padre.

Nel frattempo spesse nuvolaglie si sono addensate in cielo, foriere del tradizionale temporale di ferragosto. Il tempo minaccia al peggio e non appena comincia a piovere il barbuto vegliardo, cui è stato affidato il piccolo, rinuncia a scortarlo sino a Santa Caterina. Lo fornisce disinvoltamente d’un bastone cui appoggiarsi camminando nel buio durante l’ultimo tratto che lo separa dal villaggio. Improvvisamente la valle sprofonda nell’oscurità, rimbombano i tuoni e le saette solcano il cielo. La pioggia aumenta d’intensità facendo esondare l’acqua dei ruscelli che s’incanalano nel sentiero. Il piccolo Dino trascinato dalla corrente, smarrisce il bastone e viene trascinato giù per la scarpata verso il basso. Mentre scivola una folgore si scarica fragorosamente contro un abete.

Il piccolo sviene e quando ritorna à sé si trova al riparo di un frondoso albero che lo protegge dall’infuriare della tempesta. Ripreso il cammino giunge a Santa Caterina quando con il calar delle ombre i festeggiamenti del giorno della Madonna d’agosto volgono alla fine. La zia in pena per la sua assenza accoglie amorevolmente il nipotino, lo perdona per quella scappatella che avrebbe potuto aver un tragico epilogo impegnandosi al silenzio nei confronti del padre.

1904: terzo trauma. Dopo il matrimonio della sorella maggiore Rosina, il governo della casa passa all’altra sorella Giannina che il piccolo Dino, divenuto ora un ometto di otto anni, ha eletto a suo angelo custode. L’impegno è gravoso ma la Giuanin vi si consuma per alleggerire il lavoro della mamma assorbita dalla conduzione del negozio. I genitori accortisi del suo indebolimento chiamano il medico che riscontra un leggero soffio al cuore. Giannina viene allora sollevata dalle faccende domestiche. Avendo appreso che è appena stata inaugurata una modisteria vede realizzarsi il suo sogno: creare nuovi modelli mettendo a frutto quel talento che la maestra si augurava non andasse sprecato. Ben presto, a dispetto della giovane età, la Giuanin sa conquistarsi un ruolo di guida delle compagne ma improvviso sopravviene il cedimento del cuore. Il fratellino si getta sul corpo che giace inanime e sviene per la terza volta.

La lettura di questi svenimenti infantili evocati poeticamente con una minuzia di dettagli sorretti da una straordinaria forza espressiva è stata sconvolgente. Mio padre pubblicamente apprezzato per la sua dirittura morale, il senso del dovere, la bontà d’animo e nella dimensione privata equilibrato e amorevole, per tutta la vita conobbe il tormento inestinguibile di tre traumi subiti in tenera età. Avevano avvelenato il sangue del piccolo Dino e furono causa di un rendimento altalenante negli anni dell’adolescenza e di qualche sbandamento in quelli giovanili.

Il superamento di queste esperienze avvenne grazie all’incontro con Caterina della famiglia Cantoni che abitava nella contrada di Combo. Alcuni discendenti vi risiedono tuttora oltre il torrente Frodolfo. Chi conobbe Caterina in gioventù la ricorda molto bella, intelligente e sensibile. L’adorata moglie Cati fu la sola alla quale si aprì Dino il quale poté contare sulla sua complicità per neutralizzare il riemergere di antiche ossessioni.

Dopo alcuni anni di lavoro impiegatizio alle dipendenze dell’Azienda Elettrica di Milano, mio padre fu licenziato per chiusura del cantiere in seguito al completamento della diga di Cancano. Per l’ingegnere capo responsabile dei lavori la disoccupazione sarebbe stata di breve durata. A suo avviso l’AEM avrebbe riaperto i cantieri più a valle. Così fu nei fatti ma il mantenimento della famiglia (moglie, tre figli e la mamma rimasta vedova) non ammetteva soste.

Il gioco del caso volle che in occasione di una fiera paesana Domenico Schena s’imbattesse in un vecchio compagno di scuola conosciuto ai tempi della Scuola Normale. Questi nel frattempo era diventato direttore didattico in Trentino e si offrì di accompagnarlo nella vicina Val Venosta ove vi era richiesta d’insegnanti di madrelingua italiana.

Fu così che il non più giovane diplomato iniziò la sua carriera d’insegnante elementare mettendo a frutto i rudimenti di tedesco appresi da ragazzo quando la famiglia Schena accolse il piccolo Karl tirolese in cambio dell’ospitalità riservata al fratello Nino a Glorenza. Due anni di supplenza, prima a Sluderno poi a Lasa, prima del rientro in Provincia.

Le tappe che hanno scandito l’insegnamento nelle pluriclassi rurali sono state: Gordona in Val Chiavenna, Caprinale e Vedello nella media Valle. Con la vincita del concorso l’insegnamento di ruolo venne svolto nel mandamento di Bormio a Tiola, Santa Lucia e Oga (Valdisotto). Dino Schena fu trasferito a Bormio subito dopo la Liberazione e chiuse la carriera con la nomina a capo gruppo.

Il 13 dicembre 1963 il Comune di Bormio nella persona del Sindaco Renzo Pelosi conferiva al Maestro Domenico Schena una medaglia d’oro quale attestato di riconoscenza per quanto fatto in tanti anni di silenzioso e proficuo lavoro svolto a favore della Scuola bormiese. Lo stesso riconoscimento veniva esteso ai coniugi Clorinda e Giuseppe Pedrini, alle colleghe Margherita Bormetti e Armida Pedranzini.

 Anni lontani in cui all’insegnante, se pure magramente retribuito, veniva riconosciuto il meritato prestigio sociale per la passione, lo spirito di sacrificio, mirati non solo ad insegnare a leggere, scrivere, far di calcolo, ma a formare le intelligenze degli alunni e trasmettere loro i principi etici sui quali si fonda il consorzio civile.

Gli anni della pensione sono all’insegna dell’operosità. Il Maestro Schena è più attivo che mai nel riprendere a tempo pieno l’otium che aveva contraddistinto il periodo delle vacanze durante il suo tribolato percorso didattico. Sin d’allora la raccolta del fieno con la sorella Rosina e il cognato Fabio era un rituale che coinvolgeva tutta la famiglia. Per noi ragazzi rappresentava la festa preludio degli svaghi estivi, per mio padre un momento di lavoro manuale prima del suo isolamento nella “stuina” che da quel momento diventava il buen retiro su cui vigilava attenta la moglie Cati. Aveva capito che il suo Dino riusciva a esorcizzare antiche angosce attraverso lo studio e gli esercizi di scrittura ispirati agli autori prediletti. Per questo motivo papà non poteva essere disturbato. Mamma Cati credeva soprattutto nelle sue capacità di esprimersi compiutamente in versi. Ne fa fede un passo del diario in cui egli riconosce che, nel suo modo di guardarlo, la moglie cercava d’influenzare il poeta a trovare nel suo intimo le ragioni che lo inducessero a creare qualcosa di poeticamente valido.

Sempre il diario attesta che il frutto dell’impegno creativo si era concretizzato in un lungo poema in versi bormini dedicato alla “Magnifica Terra”, la patria avita. A un certo punto, forse perché preso dallo sconforto, bruciò il manoscritto. Sono rimasti pochi frammenti e la loro esiguità non permette di formulare un giudizio di valore. La “vis” epica probabilmente non era fatta per le corde di Domenico Schena. Quando invece egli si rifugia nel personale, nel passionale, la poesia assume tonalità innegabilmente liriche.

La narrazione poetica di vicende lontane (la “torcia umana” sacrificatasi per i suoi piccoli, l’infuriare della tempesta che giunge al suo acme con la folgore che sfiora il bambino) è descritta con una minuziosità e una precisione coinvolgenti. Il lettore è catturato da una sequenza cinematografica d’immagini ora incalzanti, ora rallentate sul dettaglio focalizzato in primo piano. Una riuscita tecnica descrittiva che si traduce in una partecipe adesione al crescendo drammatico di eventi che segneranno per sempre la vita del piccolo Dino.

 

Dopo aver motivato l’opzione dialettale quale strumento espressivo, Domenico Schena si lascia andare a una amara considerazione: nessuno si prenderà la briga di leggere la sua storia scritta in stentati versi e probabilmente ne strapperà le pagine.

Lo sfogo è una mera finzione. Con abile espediente retorico egli sa bene che i destinatari delle memorie sono gli eredi ai quali intende manifestarsi nudo, senza reticenze così come si aprì all’adorata compagna durante mezzo secolo di vita coniugale. È anche consapevole di aver trovato infine il giusto tono che tocca a volte momenti di alta tensione drammatica. Il tutto a dispetto di compiaciuti abbandoni all’autocommiserazione.

Il diario che fa seguito alla biografia poetica s’interrompe alla vigilia dell’unico e definitivo ricovero ospedaliero impedendo all’autore di dedicare alla sua Cati l’opera in versi di cui era stata l’ispiratrice.

Un diario poetico che trascende l’interesse legato alla stretta cerchia della famiglia per assumere un respiro che si allarga all’intero borgo nei primi anni del secolo scorso quando l’amata Bormio era piena di fermenti consociativi fatti di legami profondamente solidali e ogni abitazione per i suoi abitanti era spesso il naturale prolungamento della casa vicina.

Nell’episodio che vede il piccolo Dino vittima del temporale di mezz’agosto non mancano squarci descrittivi di Santa Caterina la ciàmen Pèrla de la Valtelina / rica de bόṧch e d’acqua e d’aria pùra / l’è n paradis la sόa bèla valàda / de tànta cìma biànca circondàda. Erano gli anni della belle époque e alle salubri fonti ferruginose confluiva una clientela proveniente da tutta Europa. Una villeggiatura che agli occhi del nostro piccolo ma singolare personaggio appariva invece come un esilio lontano dall’amatissima madre.

Molti decenni più tardi il bambino di una volta giunto all’autunno della sua vita ripercorrerà i sentieri della memoria per regalare alla famiglia il profumo del tempo perduto della sua infanzia.

I discendenti lo ringraziano con affetto e gratitudine per lo splendido dono che con questa edizione si augurano giunga gradito anche a chi lo conobbe in vita e a chi si potrebbe sentire stimolato a leggerne i tröi šbilénch.

 

Leandro (Leo) Schena

 

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