Pedranzini - Memorie storiche

da: Pietro Pedranzini, Memorie storiche sulla difesa dello Stelvio nel 1866, Bormio 2016
Da: Angelo Umiltà, I volontari del 1866 ovvero da Milano alle Alpi Rezie. Memorie storiche documentate di Angelo Umiltà Volontario dei Bersaglieri dello Stelvio

... Questa numerosa famiglia, che si chiama esercito, consuma senza produrre: tutte queste braccia tolte all’agricoltura, all’industria, al commercio, giacciono inoperose o si stancano in un lavoro inutile: Quando si voglia far divorzio da una scuola, che ha già corso il suo tempo, l’esercito, se non sarà una risorsa pel paese, cesserà di essere un peso insopportabile. La cosa è facile, convertite la caserma in officina, i soldati in operai, i bass’uffiziali in capomastri, gli uffiziali in professori di meccanica, d’architettura, di disegno. – Non avete che ad ordinarlo e sarete obbediti: poiché la stoffa esiste, utilizzatela! due ore di manovra e quattro di lavoro… e i calzoni, le scarpe, i fucili saranno confezionati in caserma, dove in poco tempo si fabbricherà anche il panno. – Ritornando a casa sua, il soldato, dopo parecchi anni, non sarà più costretto ad andare elemosinando un impiego, una pensione, alla quale non avrà più diritto il giorno in cui avrà ricevuto un’educazione conforme alle sue attitudini.

Per riuscire a questo bisogna demolire, demolire, demolire, per riedificare su nuove basi il vecchio organismo, prima che il tempo e gli avvenimenti non lo schiacciano violentemente sotto le rovine d’una catastrofe come quella di Sadowa o non perisca sotto l’azione lenta ma fatale del discredito e della conseguente demoralizzazione.

Questi problemi, gettati là a casaccio, s’imporranno da sé quel giorno in cui l’Italia, stanca di far debiti… e non trovando più chi gli presti a credenza, dovrà cercare in sé, nella ricchezza del suolo, nell’opera solerte dei propri figli, le risorse necessarie alla sua prosperità.

Ben inteso che noi intendiamo alludere al soldato di guarnigione in tempo di pace, mentre la sua vita in guerra si compone sì di lavoro e di disagi, ma soprattutto di spensieratezza.

Chi non lo crede, venga in questi giorni di tregua a Bormio, e si persuaderà che si vive assai meglio su queste sterili montagne, che non in mezzo al lutto di una città come Milano, la quale ha mandato alla guerra dieci mila giovani, e non sa dire quanti ne abbia perduti, a meno che non lo chiegga alle numerose famiglie che vestono le gramaglie.

Le ore del bivacco s’impiegano in ricreazioni: la poesia, la musica, la pittura, sbandita la etichetta e il ciarlatanismo, sono poste a contribuzione, nel loro vero senso di sollevare lo spirito oppresso da crudeli rimembranze, di riposare il corpo stanco dalle fatiche sostenute agl’avamposti.

La chiesa di un santo qualunque, provisoriamente, viene convertita ad uso di teatro; le coperte da campo, i moschetti, incrociati con rami verdi di pino e di abete, servono a modo di festoni e di scenari; sopra l’altar maggiore, s’impianta il palco scenico; qualche arredo sacro, in sagrestia, collocato al posto delle cortine, compie la scena. – Si dànno alla sera delle rappresentazioni a lume di resina, che attirano più gente, che non i vespri della domenica: un uffiziale, severo e burbero davanti alla compagnia, si trasforma in padre nobile, in generico, l’aiutante-maggiore sostiene le parti di brillante, con molta disinvoltura; mentre un altro uffiziale, che non è molto famoso per la sua marzialità, se la cava con discreta infamia scrivendo e declamando dei versi. – Non mancano le parti di sentimento, disimpegnate abbastanza bene da un imberbe sergentino, da una ben inquartata amorosa e dalla sua più esile e provetta sorella. – Le campane hanno ceduto il posto alle trombe ed ai clarini, la commedia religiosa fu sostituita dalla commedia civile… con grande edificazione del colto ed incolto pubblico che applaude e si diverte alla barba dei preti...

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