Longevità di una democrazia comunale

La “Longevità di una democrazia comunale”.

Bormio e le sue valli nell’opera di Roberto Celli (1984)

 

 

 

Guglielmo Scaramellini*

 

 

 

Lo storico toscano Roberto Celli, occupandosi del comune di Bormio ai primi degli anni Ottanta del secolo scorso, giustifica questo suo interesse per una istituzione politico-amministrativa così eccentrica rispetto ai suoi interessi di ricerca (ma così ricca di studi, anche di autori prestigiosi)[1] in base alla considerazione che proprio le condizioni e i caratteri della marginalità bormina rispetto all’ubicazione geografica e allo sviluppo istituzionale e sociale dei “comuni italiani”, ne facessero un caso di studio importantissimo per il suo “disegno” di ricerca sulle “origini del potere popolare o meglio della democrazia” e sulla loro evoluzione nel tempo.

L’interesse per il caso bormino consiste, secondo la dichiarazione dell’Autore, nel fatto che esso rappresenti “il passaggio dalla storia comunale italiana a quella svizzera poiché questo comune, quasi a cavallo dello spartiacque alpino [ma, con Livigno, lo è realmente stato], è italiano per la sua formazione precoce, per le sue istituzioni, per l’etnia, la lingua, la cultura, ma, a differenza dei comuni italiani che subiscono le crisi sfocianti nel regime signorile, conserverà, analogamente ai comuni svizzeri, una vita vigorosa con le sue antiche istituzioni autonome e democratiche fino al dominio napoleonico, ed alla ineluttabile annessione alla Cisalpina”, nel 1797.

Il fatto che più colpisce Roberto Celli – tanto da indurlo a farne il titolo del saggio – è, dunque, la “longevità straordinaria travolta solo da cause esogene” dell’antico Comune di Bormio, passato quasi indenne – come l’Autore spiega, e dunque non ne faremo cenno qui – attraverso cambiamenti di regime politico, ma anche di orientamento politico-culturale rispetto alle Alpi, durante quasi sette secoli, dalla vigilia del Duecento alla fine del Settecento.

Longevità – e, non dimentichiamolo, continuità – istituzionale “straordinaria” che, però, non è unica in quest’area (che chiameremo, per brevità, ‘retica cisalpina’, per distinguerla dalla, ma anche per rapportarla alla ‘retica transalpina’, e cioè ai territori dell’attuale Canton Grigioni), caratterizzata da altri enti che hanno una storia istituzionale e politica parallela a quella bormina: così è per la Valtellina propriamente detta (unificata amministrativamente e suddivisa in tre Terzieri dal XIV secolo),[2] il Comune / Contea di Chiavenna (tale dall’XI-XII),[3] alle singole comunità che compongono queste entità maggiori, i quali si costituiscono, a partire dai primi del Duecento, e giungono tutti, con continuità istituzionale – suddivisioni ulteriori o accorpamenti successivi inclusi –, fino al fatidico 1797.[4]

In effetti, è tutto il sistema istituzionale di questa fascia territoriale cisalpina che, costituitosi nel pieno Medioevo e riordinato e consolidato nel periodo visconteo-sforzesco, entra nella Repubblica delle Tre Leghe Grigie (le antenate del Canton Grigioni) nel 1512, allorché viene, per così dire, ‘congelato’ – tramite la stipulazione di “patti” coi nuovi signori territoriali – nello stato istituzionale in cui allora si trova, così che ogni tentativo, interno ed esterno, di modifica degli assetti politico-istituzionali vigenti viene respinto e impedito dall’uno o dall’altro contraente, secondo le proprie convenienze.[5]

Neppure la terribile “Guerra di Valtellina” (1620-39, espressione locale della Guerra dei Trent’anni) modificherà questo stato di cose,[6] così che tutte queste antiche istituzioni giunsero, come si suole dire, quasi identiche a se stesse alla fine del secolo XVIII.

 

Ma il titolo del saggio contiene un altro termine, ancora più pregnante e impegnativo del precedente: vale a dire “democrazia”. Ovviamente si tratta di una “democrazia” ben diversa da come la intendiamo oggi: ad essa, ai suoi riti e alla formazione delle sue decisioni, non partecipano infatti tutti gli “uomini” (sinonimo di ciò che noi oggi diremmo “cittadini”) del Comune, ma soltanto i capifamiglia, dapprima tutti, poi una loro rappresentanza (consistente ma non universale, scelta come e in quale misura non è dato sapere), e dunque, men che meno, la componente femminile della comunità, del tutto esclusa dalla vita pubblica. Limitazione, naturalmente, non da poco per noi, oggi, ma del tutto scontata fino a non molti decenni fa.

Forse la formula “potere popolare” (usata dallo stesso Celli), meno impegnativa in prospettiva ideologica e pratica del termine “democrazia”, è più appropriata per indicare un sistema di governo della comunità locale che si basa sulla formazione della “volontà generale” mediante la discussione e assunzione di decisioni cui partecipano i rappresentanti di tutte le cellule di base della società (i “fuochi”, ovvero le famiglie), raccolte e organizzate, politicamente e amministrativamente, in unità istituzionali definite su base territoriale: Bormio, la Terra Mastra, e i tre Montes (poi Valli), ovvero Valdisotto, Valdidentro (il cui nome incorpora già, di per sé, un “punto di vista”, se mi è permesso il neologismo, “bormiocentrico”) e Valfurva, cui si aggiunse, nel XIV secolo, la “vicinanza” di Livigno che, posta oltre lo spartiacque principale, ebbe sempre problemi di collegamento con la Terra Mastra.[7]

Dunque, potremmo dire, una “democrazia” da Ancien Régime, che non ha ancora sperimentato i “diritti dell’uomo” né la sacra triade della Rivoluzione Francese, LibertéÉgalitéFraternité, anche se, in modo embrionale, tali principi già contempla.

In primo luogo, la libertà: intesa non tanto nel senso liberale della libertà politica personale, ma in quello tradizionale del possesso di un preciso statuto giuridico garantito da privilegi personali e collettivi, che non possono essere disapplicati se non in modo illegittimo. Donde le forme di spiccata autonomia amministrativa del Comune, che si avvicinano quasi all’autonomia politica tramite il godimento – benché in condominio col podestà forestiero, inviato dai signori territoriali del momento – del diritto di “mero e misto impero”, una delle prerogative della “sovranità” d’Ancien Régime.[8]

Poi la fraternità: al di là della conclamata fratellanza propria della sentita e profonda adesione alla fede cristiana (non sempre praticata erga omnes, ma che si manifesta mediante istituti caritativi, come i seicenteschi Ospedale dei poveri e Monte di Pietà granario),[9] sotto questa rubrica si potrebbe inserire lo spirito di collaborazione necessario nella vita di una e in una comunità – pur divisa in fazioni territoriali e in consorterie famigliari – abitante in difficili condizioni ambientali, morfologiche e climatiche: anzi, secondo Roberto Celli, tali da “influire” sull’“organizzazione politica” stessa della comunità locale:[10] ma su ciò si tornerà più avanti.

Infine l’uguaglianza: nonostante tale principio non sia enunciato formalmente nei testi bormini, è forse quello che trova l’espressione (e l’applicazione) più chiara negli Statuti, con una serie di norme imposte ai cittadini (come, ad esempio, il divieto di possedere più di quattro animali da soma per famiglia) perché nessuno potesse costituirsi posizioni dominanti in campo economico.[11]

Anzi, proprio il monopolio della comunità su molte attività economiche (di cui si occupa lo stesso Roberto Celli),[12] pur non avendo nessun esplicito fondamento ideologico, risponde proprio all’esigenza di far funzionare al meglio il sistema socio-economico locale: sia non turbando il principio, ante litteram, dell’uguaglianza fra cittadini (e cioè, di fatto, per evitare che chi già è più forte economicamente impedisca ai più deboli di accedere ai mezzi di sussistenza), sia controllando la disponibilità e i prezzi dei beni di consumo primari, così da evitare aumenti ingiustificati o accaparramenti che avrebbero danneggiato, naturalmente, i meno abbienti.

 

In base a queste considerazioni si può comprendere meglio, allora, che cosa si intenda per “potere popolare” (o, se si preferisce, “democrazia”, per così dire, more antiquo): è il sistema di governo tramite il quale la collettività regola e gestisce gli aspetti fondamentali della propria esistenza e i rapporti con l’esterno tramite regole che si dà da se medesima; sistema basato sulla partecipazione alla formazione della “volontà comune” e alla sua messa in atto da parte di tutti i componenti la comunità, senza distinzioni di ceto (perché a Bormio non esistono ceti istituzionalizzati). Peraltro, come si diceva, la capacità giuridica degli appartenenti alla comunità non è la medesima per tutti: in primo luogo, infatti, le donne sono completamente escluse dal governo, e poi la Terra Mastra ha una rappresentanza negli organi di governo ben più che proporzionale al suo peso demografico: dunque, i Montes vi sono sotto-rappresentati, e quindi hanno un “potere” comparativamente minore di quello degli abitanti del borgo.

Inoltre, nel passaggio dalla “vicinantia loci de Burmio” al più strutturato e ampio “Commune et terra Burmii”, che avviene nel XIII secolo (pare per l’influenza dell’organizzazione politico-sociale comasca), si riorganizzarono le istanze decisionali della comunità stessa, così che l’adunanza dei “vicini” venne sostituita da altri organi assembleari, più selettivi e fondati sul principio di rappresentanza.[13] Ma su tutti questi aspetti il testo di Roberto Celli è molto esplicito, e dunque rinviamo ad esso per maggiori informazioni.

Inoltre, nonostante gli accorgimenti previsti e messi in atto dagli Statuti affinché nella comunità non si formassero posizioni dominanti di alcuni cittadini su altri, le normali dinamiche economiche e sociali (operanti in qualunque società) hanno fatto sì che anche all’interno della comunità bormina emergessero ben presto alcune famiglie che assunsero una funzione di guida per la società stessa e la mantennero nei secoli, formandone, di fatto se non di diritto, la classe dirigente, il cui ruolo non fu soltanto politico-amministrativo, ma anche culturale e sociale.[14]

Inoltre, Roberto Celli pone fortemente l’accento sulla propensione verso la cultura italiana della società locale, che ne avrebbe, così, marcato strutturalmente la vita.[15] Probabilmente, però, tale inclinazione socio-culturale era presente soprattutto negli strati più elevati e colti, ma non – credo – nell’intero corpo sociale, molto più rivolto, invece, verso Nord ed Est, a causa dei legami commerciali, ma anche sociali e famigliari, coi Grigioni e col Tirolo, da cui giunsero non piccoli flussi migratori lungo i secoli.

Addirittura proverbiale, poi, è la volontà di mantenere la separazione –sul piano politico e amministrativo –, dalla Valtellina, che sarà sancito addirittura negli Statuti, mediante il famoso articolo 319, che recava il titolo “De non habendo communionem cum Valle Tellina”, e cioè escludeva che il Comune di Bormio potesse essere accomunato alla Valtellina (1561).[16]

 

Nonostante la sua ridotta dimensione demografica, dunque, la comunità bormina è alquanto complessa e articolata, dividendosi in gruppi di interesse raccolti attorno a particolari obiettivi: interessi legati alle località di residenza (ad esempio, Terra Mastra e Valli in contrasto per il controllo e il godimento dei beni comuni, con le seconde che perseguono un riequilibrio del peso politico delle diverse componenti territoriali della comunità), ma anche di gruppi famigliari per il predominio all’interno della comunità.

Ad esempio, lo stesso Celli ricorda che, in uno dei momenti più cruciali della storia locale, quando ci si avviava allo scontro diretto con le Tre Leghe e quindi all’insurrezione del 1620,[17] l’uccisione di Rodomonte Alberti, l’esponente di maggior spicco della comunità e della tendenza autonomista, da parte di Antonio Foliani, fautore dell’alleanza coi Valtellinesi contro i Grigioni (1619), consentì a quest’ultimo partito di forzare Bormio ad aderire alla rivolta.[18]

Oppure le vicende del 1797, con l’uccisione degli aspiranti rivoluzionari filofrancesi (il conte bresciano Galeano Lechi e i giovani bormini Vincenzo Zuccola e Giovanni Battista Silvestri, mentre un quarto, il chierico Carlo Filippo Nesini, venne salvato dalla fucilazione da un sacerdote locale) da parte della popolazione di Valdisotto inferocita dal tentativo di costoro di rovesciare gli antichi ordinamenti (“Tu prender ci volesti la libertà, dunque subisci la meritata morte”, fu, secondo la tradizione, la sentenza popolare, che ritorceva contro l’autore il motto “O Libertà o Morte” affisso dal giacobino bresciano sulla porta della sua abitazione),[19] dimostrano come le tensioni non mancassero neppure all’interno di una comunità piccola e sostanzialmente coesa come quella bormina.[20]

Ciononostante, mi pare non si possa non concordare con Roberto Celli allorché, considerando i rapporti tra i diversi gruppi sociali ed economici che costituivano la comunità di Bormio durante il dominio dei Grigioni (la cui tendenza era favorire le istanze autonomiste e separatiste delle entità territoriali minori rispetto alle maggiori secondo il principio universale del “divide et impera”, e dunque, nel nostro caso, delle Valli contro la Terra Mastra), scrive: “la coesione della società bormiese sembra d’altra parte confermare che anche in questo periodo il funzionamento delle istituzioni democratiche non fu solo formale; esse permisero una sufficiente partecipazione dei vari ceti e gruppi sociali alla cosa pubblica”, perseguendo accordi volontari e compromessi arbitrali piuttosto che cercare lo scontro tra opposte fazioni civiche o entità comunitarie territoriali.[21]

 

Venendo, ora, a un altro tema centrale, annunciato in precedenza, e sul quale, da geografo ‘umano’ occorre mi soffermi un po’, in quanto degno di grande attenzione: vale a dire l’affermazione di Roberto Celli di avere cercato “di riunire, per quanto possibile, elementi per considerare le principali condizioni o concause cui le istituzioni devono la loro esistenza o con le quali comunque esse coesistono in un rapporto di profonda interazione: dalla posizione geografica e dall’ambiente naturale, all’economia, alla società e ai caratteri della sua cultura”.

All’Autore, leggendo quanto scritto da storici passati e presenti a proposito di quanto “le condizioni geografiche” abbiano giocato “un ruolo importante nella storia di quella piccola società”, pare che “salvo isolate intuizioni, non riesce ad affermarsi l’idea di esplorare le relazioni fra gli uomini, la loro storia da un lato e la natura in cui vivono dall’altro”, che a lui paiono invece fondamentali.

Nel suo lavoro, infatti, “determinante è stata l’esigenza metodologica” di “osservare preliminarmente l’ambiente naturale per poter poi indagare anche alla luce di queste conoscenze le istituzioni politiche del contado. Per circa sette secoli queste restano quasi immobili conservando i loro tratti originali essenziali formatisi con la creazione del Comune nel XII secolo, così che anch’esse sembrano meritare pienamente la qualifica di « strutture » della sfera politica di quella società”.

Infatti, a suo avviso, “come ignorare la necessità di un raffronto fra le due strutture, fra quelle perenni della natura che più o meno direttamente condizionano tanti aspetti della vita degli uomini e quelle politiche che in quell’humus sono fiorite per una così lunga durata, del tutto insolita nella storia del diritto pubblico italiano ? Più concretamente, i caratteri così singolari dell’ambiente naturale del contado, […] durante la sua storia medievale e moderna, sembrano influire non solo sugli aspetti della vita più legati alla natura, ad es. l’economia, ma, più o meno direttamente, anche sulla organizzazione politica, e cioè sulla lunghissima esistenza delle istituzioni comunali”.

Ciò affermato, l’Autore si rende conto che quanto enunciato “non è che un’ipotesi, anche se necessaria”, nell’affrontare la quale “occorrerà peraltro cautela nel condurre le indagini e prudenza nell’attesa dei risultati”.[22]

Nell’impostare la sua indagine, Roberto Celli affronta dunque tale problema metodologico facendo riferimento a una bibliografia relativa alla “geostoria” (non amplissima ma assai prestigiosa per gli autori citati: L. Febvre, M. Bloch, F. Braudel, P. Chaunu, E. Le Roy Ladurie …), e ai suoi rapporti con l’antropologia (C. Lévi-Strauss): problematica teorico-metodologica su cui non si può qui entrare, ma a proposito della quale è possibile illustrarne l’applicazione dell’Autore al suo caso di studio.

Data la polemica che per decenni ha opposto i sostenitori di questo approccio euristico e i suoi negatori, a parere del Nostro “a fortiori la prudenza è d’obbligo, ma non siamo meno tenuti a riconoscere che la storia di Bormio è un osservatorio privilegiato per lo studio dei rapporti fra strutture ambientali e istituzioni politiche nella lunga durata”.[23]

 

Ma quali sono, dunque, queste “strutture” di “lunga durata” secondo Roberto Celli ?

Ovviamente ne fa parte la “geografia”, e cioè la posizione territoriale, la morfologia, il clima, la vegetazione, l’idrografia (comprese le acque termali), fattori che influiscono direttamente sulle attività economiche primarie (agricoltura, pastorizia, utilizzo dei boschi, attività estrattive, e così via) e secondarie (siderurgia, lavorazione del legno, della lana, del lino), ma anche sulle opportunità offerte al commercio di transito e dei trasporti per conto terzi (specie del vino di Valtellina, di cui i Bormini godono a lungo del privilegio di trasporto in regime di monopolio).[24]

Insomma, in conclusione, Roberto Celli scrive che: “questa regione a cavallo fra mondo cisalpino e transalpino era dotata d’altra parte di una propria unità geografica, con le sue valli disposte a raggiera intorno alla conca di Bormio, unità cui corrispondeva sul piano della popolazione una marcata individualità, una coscienza patriottica ed una autonomia politica strenuamente difesa anche militarmente con l’aiuto dell’orografia”.

E ancora: “abbiamo veduto come in questa terra alpina la natura sia stata benigna, fra l’altro nel clima, e generosa di risorse molteplici oltre che di grandiose bellezze del paesaggio che avevano colpito anche la sensibilità di Leonardo. Particolarmente degno di nota appare d’altra parte l’impegno continuo condotto dalla società bormiese con efficace spirito comunitario per valorizzare tutte le possibilità che la natura aveva offerto. Così che insieme con la libertà ed autonomia politica la comunità bormiese aveva realizzato condizioni economiche soddisfacenti, in certi periodi anche molto prospere, ed una interessante vita civile e culturale”.

Ma, come si è già ricordato, la circostanza che più lo colpisce è la “durata eccezionale di circa sette secoli” del sistema politico-istituzionale bormino: durata “dovuta ad una serie sia di condizioni favorevoli sia di vere concause alcune delle quali, costituite dall’ambiente naturale e dall’opera dell’uomo nella sfera economica” che già aveva illustrato.[25]

 

Perciò, secondo Roberto Celli, le condizioni geografico-ambientali del Bormiese erano state fattore fondamentale, quasi causa efficiente, della formazione delle peculiarità culturali, sociali, economiche, della piccola ma duratura e tenace comunità locale; e certamente non ne negherò l’importanza nel promuovere la nascita e consentire la permanenza nel tempo di tale comunità.

In effetti, in un altro ambiente geografico una società come quella formatasi nella conca bormina e nelle sue valli non avrebbe certamente assunto quei peculiari caratteri, né li avrebbe conservati così a lungo. In un altro ambiente la società che vi fosse nata sarebbe stata, senza alcun dubbio diversa: non necessariamente migliore o peggiore, ma, comunque, diversa.

Secondo il nostro Autore, dunque, le peculiarità della società bormina si possono attribuire al felice equilibrio raggiunto a cavallo dello spartiacque alpino, “fra Lombardia e oltralpe”: a suo parere, infatti, “Bormio aveva comunque il vantaggio di distare centinaia di chilometri dai capoluoghi delle potenze finitime: Como e più tardi Milano a sud, Coira a nord, ma al tempo stesso non viveva nell’isolamento trovandosi al centro di vie di comunicazione fra Italia e Germania”.[26]

 

Dunque lontananza dai centri di potere, ma resa relativa dall’accessibilità e pervietà del territorio promosse dalle vie di comunicazione; stato di fatto che produce più separatezza e autonomia socio-culturali che non isolamento e arretratezza (spesso attribuiti, erroneamente, alle comunità alpine come marchio ineluttabile): donde il senso di autosufficienza (ma non di autarchia) della comunità bormina, consentita dalle opportunità di scambio equilibrato con l’esterno, che permane nel tempo e dà alla società locale la possibilità e la capacità di pensare se stessa come in grado di bastare ai propri bisogni se messa in grado di organizzare e gestire i processi istituzionali, sociali ed economici fondamentali cui è legata la sopravvivenza della comunità.

Concludendo il proprio lavoro, Roberto Celli conferma puntualmente le considerazioni fatte nel corso dello studio: nel seguire “la continuità plurisecolare delle istituzioni” bormine, infatti, Egli ritiene di averne “potuto cogliere, almeno a grandi linee, l’antropologia, per usare un termine alla moda, ma qui assai utile, della nostra piccola democrazia: in essa appaiono essenziali, come cardini del sistema, ed in effetti furono sempre presenti, […] l’idea della libertà all’interno e, per quanto possibile, di fronte alle potenze esterne e quella della partecipazione del popolo, in concreto di un’ampia rappresentanza di esso, nella gestione della cosa pubblica. Idea quindi di un’eguaglianza politica assai estesa fra i vicini, non economica, né sociale”.

Ma non basta: “questi pensieri e comportamenti politici immutevoli nella lunghissima durata sembrano radicati negli spiriti come modalità che si sviluppano in modo naturale nella mente umana, almeno nell’ambito del fenomeno comunale nella civiltà occidentale in certe condizioni geostoriche particolarmente favorevoli”.

L’Autore non precisa, in linea generale, quali siano le “condizioni geostoriche particolarmente favorevoli” , in Europa occidentale, allo sviluppo di tali “pensieri e comportamenti”, ma annota esplicitamente che “in modo analogo gli uomini appaiono radicati in seno al loro ambiente naturale, alle loro montagne stupende e dure che li formano, li proteggono e con i loro valichi alimentano un commercio talora prospero; radicati anche nello loro amene e dolci vallate che danno tutto il necessario per una esistenza gradevole ed una convivenza piacevole”. Montagne che proteggono tale comunità, inoltre (e come lo stesso Celli aveva annotato altrove), anche da facili, benché non impossibili, incursioni militari (come avvenne durante la “Guerra di Valtellina” del XVII secolo, le Guerre d’indipendenza, nel 1848, ’59, ’66, quando gli austriaci tentarono più volte di sfondare le linee e scendere in Valtellina, la Prima Guerra Mondiale, quando il fronte della “guerra bianca” correva dallo Stelvio all’Adamello).[27]

 

Benché la visione del Celli pecchi, forse, di eccessivo ottimismo (gli abitanti di Livigno o della Valfurva, forse, avrebbero potuto lamentare condizioni di vita ben poco piacevoli durante i lunghi inverni della “Piccola Età Glaciale”), nondimeno, un nucleo di verità ad essa non si può negare: nel caso bormino, nonostante i contrasti che certo non mancarono nella pur coerente comunità locale, le parole di Roberto Celli non suonano né stonate né banali: “idee politiche e sociali, carattere degli uomini, ambiente naturale appaiono legati in un insieme armonioso e pieno di vita da fili invisibili ma fortissimi nella lunghissima durata; saranno strappati parzialmente solo da eventi grandiosi e inarrestabili come le conquiste napoleoniche”.

Ma l’Autore non ignora il rovescio di questa medaglia, pur bella e suggestiva: “i Bormini temono quasi istintivamente i mutamenti, che pongono in pericolo quell’equilibrio, ed i fatti daranno loro ragione. Proprio il ceto popolare appare fermo fino al fanatismo nell’avversare i tentativi, tendenti a sostituire l’antica costituzione con un nuovo regime ispirato alle idee giacobine” (già ricordato addietro). In effetti, ammette il Celli, “senza dubbio la società bormiese aveva un profondo bisogno di riforme e di rinnovamento; in alcuni settori rivelava una grande arretratezza rispetto alla cultura illuministica. Insieme alle istituzioni democratiche aveva conservato fin dal basso Medioevo forme di superstizione come i processi alle streghe ed un sistema di pene crudeli” per reati minori; “insomma, una legislazione ed una mentalità per certi aspetti decrepite”. Inoltre, “con il declino economico e politico l’ignoranza del popolo era aumentata rispetto ai secoli brillanti del rinascimento ed influiva negativamente sul funzionamento delle istituzioni”, così come “la gran parte della classe dirigente borghese e aristocratica conduceva un’esistenza mediocre, attaccata ai privilegi superstiti”.

Né i pochi intellettuali all’altezza dei tempi (come Alberto De Simoni e Ignazio Bardea) avevano “le forze né la volontà per promuovere un’azione riformatrice”: e dunque, ecco la situazione di crisi costante nell’epoca napoleonica, e poi “la depressione economica e morale che afflisse la società bormiese nei primi decenni del regime austriaco”[28] (il quale, peraltro, aveva realizzato la grandiosa e certo benefica carrozzabile dello Stelvio, 1820-25).[29]

 

Possiamo perciò concludere che, nella seconda metà del XVIII secolo, la plurisecolare “democrazia” bormina aveva concluso il suo ciclo vitale ?

La risposta appare, inesorabilmente, positiva, anche se non si può non convenire che, con la sua dissoluzione, qualcosa di straordinario, in campo istituzionale, culturale, sociale, economico, territoriale, scomparve, lasciando rimpianti e nostalgie forse anacronistiche, ma neppure del tutto immotivate.



* Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Beni culturali a ambientali.

[1] Lo stesso Celli ricorda questa preziosa “tradizione storiografica”, di cui ricordo soltanto alcuni autori del passato remoto come G. Alberti, Antichità di Bormio descritte dal cav. Gioachimo Alberti, Società Storica Comense, Raccolta Storica, vol. I, Como, F. Ostinelli, 1890 (ma risalente al XVII s.) e H.L. Lehmann, Die Graffschaften Chiavenna und Bormio nach ihrer bisherigen politischen und geographischen Lage und Verfassung, Lipsia, W. Rein, 1798, e più o meno recenti, come T. Urangia Tazzoli, La contea di Bormio, raccolta di materiali per lo studio delle alte valli dell’Adda, vol. I, Il paesaggio, Sondrio, Arti grafiche valtellinesi, 1932; vol. II, L’arte, Bergamo, Bolis, 1933; vol. III, Le tradizioni popolari, Bergamo, Bolis, 1935; vol. IV, La storia, Bergamo, Bolis, 1937; E. Besta, Bormio antica e medievale e le sue relazioni con le potenze finitime, Raccolta di Studi Storici sulla Valtellina, Milano, Giuffrè Editore, 1945; O. Aureggi, “Congetture sulle origini di contee e analoghi istituti altomedievali nella zona alpina dell’antica diocesi di Como”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 10, 1956, pp. 32-41; S. Baitieri, “Bormio dal 1512 al 1620”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 11, 1957, pp. 67-100; S. Baitieri, Bormio dal 1512 al 1620. Analisi di documenti inediti, Raccolta di Studi Storici sulla Valtellina, XVI, Società Storica Valtellinese, Milano, Giuffrè, 1960; L. Martinelli, “Bormio medioevale: vie di comunicazione e strutture urbane”, Nuova Rivista Storica, a. 56., n. 3-4, 1972, pp. 316-335.

[2] M. Della Misericordia, Divenire comunità. Comuni rurali, poteri locali, identità sociali e territoriali in Valtellina e nella montagna lombarda nel tardo medioevo, Collana Storia Lombarda – Studi e Ricerche, n. 16, Milano, Unicopli, 2006.

[3] C. Becker, Il comune di Chiavenna nel XII e XIII secolo. L’evoluzione politico-amministrativa e i mutamenti sociali in un comune periferico lombardo, a cura di Guido Scaramellini, traduzione di G.P. Falappi, Raccolta di studi storici sulla Valchiavenna, XVII, Centro di studi storici valchiavennaschi, Chiavenna, Rotalit, 2002.

[4] S. Massera, La fine del dominio grigione in Valtellina e nei Contadi di Bormio e di Chiavenna 1797, Collana storica, n. 6, Sondrio, Banca Credito Valtellinese, 1991; G. Scaramellini, Jäger G. (a cura), La fine del governo grigione in Valtellina e nei Contadi di Chiavenna e Bormio 1797 – Das Ende der Bündner Herrschaft im Veltlin und in den Grafschaften Chiavenna und Bormio, Sondrio, Società Storica valtellinese, Centro di studi storici valchiavennaschi, Historische gesellschaft von Graubünden, Verein für Bündner Kulturforschung, 2001.

[5] A. Corbellini, F. Hitz. (a cura – herausgegeben von), 1512 I Grigioni in Valtellina, Bormio e Chiavenna. Die Bündner im Veltlin, in Bormio und in Chiavenna, Sondrio-Poschiavo 2012, Sondrio, Bettini, 2012.

[6] A. Wendland, Passi alpini e salvezza delle anime. Spagna, Milano e la lotta per la Valtellina (1620-1641), Sondrio, l’officina del libro, 1999 (ed. orig. 1995); A. Borromeo (a cura), La Valtellina crocevia dell’Europa. Politica e religione nell’età della Guerra dei Trent’anni, Fondazione Credito valtellinese, Milano, Ed. Giorgio Mondadori, 1998.

[7] Su questo interessantissimo caso di studio, F. Palazzi Trivelli (a cura) Storia di Livigno dal Medioevo al 1797, coordinatore, Raccolta di studi storici sulla Valtellina, XXXII, 2 voll., Sondrio, Società Storica Valtellinese, Villa di Tirano, Poletti, 1995; G. Scaramellini (a cura),. Storia di Livigno dal 1798 al 1960, Famiglia cooperativa di consumo e agricola, Livigno, Villa di Tirano, Poletti, 2001, vol. II, 2 tomi, e, in particolare, L. Bonardi, Livigno villaggio immobile. Uomini e ambienti di una valle alpina, vol. II (fascicolo a parte).

[8] S. Baitieri, “Sul «Mero e Misto Imperio» di Bormio”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 12, 1958, pp. 68-75.

[9] A. Gobetti, “Ricognizione degli istituti caritativi e assistenziali bormiesi nel secolo XVII”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 49, 1996, pp. 115-142.

[10] R. Celli, Longevità di una democrazia comunale. Le istituzioni di Bormio dalle origini del comune al dominio francese, Udine, Del Bianco Editore, 1984, p. 13.

[11] L. Martinelli, S. Rovaris (a cura), Statuta seu Leges Municipales Communitatis Burmii tam Civiles quam Criminales – Statuti ossia Leggi Municipali del Comune di Bormio Civili e Penali, Collana storica, 3, Banca Piccolo Credito Valtellinese, Sondrio, Arti Grafiche Ramponi, 1984, cap. 149.

[12] R. Celli, Longevità, pp. 37-41.

[13] R. Celli, Longevità, pp. 89-100.

[14] Ad esempio, M. Fattarelli, I nobili Alberti di Bormio in otto secoli di storia, Raccolta di Studi storici sulla Valtellina, n. 24, Società Storica Valtellinese, Sondrio, Mevio Washington, 1980.

[15] R. Celli, Longevità, pp. 110-112, 127.

[16] L. Martinelli, S. Rovaris (a cura), Statuta, pp. 288-289.

[17] Benché molto datata, la più accurata descrizione dell’episodio è A. Giussani, La riscossa dei Valtellinesi contro i Grigioni nel 1620, Como, Emo Cavalleri, 1935; inoltre, A. Wendland, Passi alpini, citato.

[18] R. Celli, Longevità, pp. 130-131.

[19] S. Massera, I. Simonetti, “Due documenti bormiesi sull’eccidio di Cepina del 23 luglio 1797”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 26, 1973, p. 74.

[20] R. Celli, Longevità, pp. 130, 150-151.

[21] R. Celli, Longevità, p. 128.

[22] R. Celli, Longevità, pp. 11-13.

[23] R. Celli, Longevità, p. 16.

[24] Su queste vicende, I. Silvestri, “«De non habendo communionem cum Valle Tellina» - Le relazioni tra Bormio e la Valtellina nei primi decenni di dominio grigione”, in A. Corbellini, F. Hitz (a cura – herausgegeben von), 1512, pp. 189-213. Sulle strutture per l’ospitalità, G.D. Oltrona Visconti, “Viandanti, minatori, armigeri nell’ospitale di San Giacomo di Fraele”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 49, 1996, pp. 37-46; L. Fumagalli, “La “Taverna del Cortivo” a Bormio (1494-1678)”, Bollettino della Società Storica Valtellinese, 44, 1991, pp. 51-56.

[25] R. Celli, Longevità, pp. 45-46.

[26] R. Celli, Longevità, p. 45.

[27] U. Martinelli, La guerra a 3000 metri. Dallo Stelvio al Gavia 1915-1918, Varese, Istituto Editoriale Cisalpino, 1929; U. Martinelli, La campagna del marchese di Coeuvres : 1624-1627. Episodio della guerra per la Valtellina, Città di Castello, Tipografia dello Stabilimento S. Lapi, 1898; “Le Memorie di Pietro Pedranzini, gli Austriaci a Bormio e la guerra d’altura nel 1866”, in L. Dei Cas, L. Schena (a cura), Memorie storiche sulla difesa dello Stelvio nel 1866, XIX Corso di Aggiornamento – Attualità in tema di cardiopatia ischemica, scompenso e aritmie, Bormio 19-22 aprile 2011, Centro Studi Storici Alta Valtellina – Bormio, Bormio, So.La.Re.S., 2011, pp. XIII-XXVI.

[28] R. Celli, Longevità, pp. 148-153.

[29] [G. De Pagave] Descrizione della Valtellina e delle grandiose strade di Stelvio e Spluga D.A.M.M., Milano, Società Tipografica de’ Classici Italiani, 1823; G. Scaramellini, Le carrozzabili dello Spluga e dello Stelvio nell’epoca lombardo-veneta. Considerazioni sui loro effetti per l’economia provinciale, in Mons Braulius. Studi storici in memoria di Albino Garzetti, Raccolta di studi storici sulla Valtellina, XXXVI, Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2000, pp. 269-283; C. Pedrana (a cura), Carlo Donegani una via da seguire, Liceo Scientifico “Carlo Donegani”, Sondrio, 2001; G. Scaramellini, Transiti e comunicazioni, in G. Scaramellini e D. Zoia (a cura),Economia e società in Valtellina e Contadi nell’Età Moderna, Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, Collana storica, n. 12, Sondrio, 2006, pp. 237-249.

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