Le Acque in Alta Valtellina

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Presentazione

 

Parlare delle acque significa dare conto di una delle principali condizioni di vita legate all’insediamento umano in un determinato territorio. Per quanto attiene all’alta Valtellina gli storici sono unanimi nel riconoscere che Bormio trae la sua origine da un etimo indoeuropeo bhor semanticamente assimilabile al greco thermós e al germanico warm con chiaro riferimento alle acque calde che copiose sgorgavano dalle pendici del monte Reit.

Sin da tempi assai remoti il borgo era quindi destinato a legare la sua fama alle abbondanti risorse idriche sotterranee e al contempo a un sistema di acque di superficie alimentate da una rete di torrenti e ruscelli principalmente tributari del fiume Adda.

Lo storico toscano Roberto Celli, di cui lo scorso anno abbiamo pubblicato la riedizione del volume Longevità di una democrazia comunale, incentra metodologicamente l’avvio della sua indagine sul fondamentale ruolo giocato dall’ambiente naturale nell’evolversi della società bormiese dalle origini del Comune sino al dominio napoleonico. Celli fa così suo un approccio geostorico ispirato all’interazione tra le strutture legate alle condizioni geografico-ambientali e quelle sociopolitiche della comunità di Bormio nella lunga durata.

In questa prospettiva geostorica nel novero degli elementi caratterizzanti il paesaggio del Bormiese rientra massicciamente l’assetto idrogeologico con importanti ricadute che interessano tutto il comparto delle attività economiche.

Tenuto conto che i principali destinatari del presente volume sono i medici a congresso, professionalmente stimolati a conoscere le proprietà terapeutiche delle acque e ad approfondirne i rapporti legati alle affezioni cardiocircolatorie, abbiamo inteso trattare preliminarmente il termalismo con un documentato sguardo rivolto alla storia delle aquae burmiae dall’epoca romana ai giorni nostri.

L’indagine non mancherà poi d’investire alcuni aspetti generali riferiti al sistema idrogeologico, ai variegati utilizzi delle acque accompagnati da incursioni nell’ambito dei dizionari e delle attrattive museali.

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Guglielmo Scaramellini, nostro geostorico di riferimento, è una costante degli incontri culturali che fanno da cornice al tradizionale convegno cardiologico bormiese di primavera. Egli si affaccia nuovamente a un volume della collana “La Reit” dedicato questa volta alle acque dell’Alta Valtellina. Molteplici e variegati sono i suoi dominî di ricerca ove appare come tema prediletto lo studio delle montagne italiane ed europee con una particolare focalizzazione della cerchia alpina. In questo àmbito numerosi sono gli studi rivolti alle componenti geofisiche, climatologiche e antropiche della provincia di Sondrio e del confinane territorio elvetico. Scontato per assioma che l’acqua sia un valore fondamentale, Guglielmo Scaramellini ne indica subito le peculiarità che lo caratterizzano. Con abile gioco retorico esclude preliminarmente quell’insieme di fenomeni che concorrono alle suggestioni paesistiche e alla dimensione simbolica, al ruolo sacrale, magico e terapeutico connesso alle acque. L’analisi si accentra poi con rigore sui caratteri di “necessità, opportunità, ostacolo e rischio” che efficacemente prefigurano la selettiva trattazione dei vari autori. Il congedo è affidato a una ricca e aggiornata bibliografia quale supporto al ricercatore che intenda approfondire queste tematiche.

Per quanto attiene alla vexata quaestio concernente la pretesa romanità dei Bagni di Bormio, lo storico Ilario Silvestri ne sottoscrive la veridicità facendo osservare che le aquae burmiae cui fa cenno Cassiodoro sono riferite alle acque di cui già parlò Plinio il Vecchio. A riprova egli fa osservare che lo stesso idronimo “Adda”, fiume conosciuto dallo storico dei Goti, nel suo etimo sottende un riferimento al tratto originario costituito da due corsi d’acqua di cui uno etimologicamente connesso al calore delle acque. Con il consueto rigore Ilario Silvestri documenta cronologicamente la storia dei Bagni di Bormio dalla prima attestazione documentale sino a fine Settecento. Per le virtù terapeutiche egli chiama in causa le voci autorevoli dei medici che dal tredicesimo secolo ne illustrarono le “virtù mirabili”. La frequentazione dell’archivio di Bormio da parte dello storico ci regala in questa occasione il recupero di un documento del 1553. Si tratta di una minuziosa descrizione dello stabilimento dei Bagni Vecchi rimasti tali sino agli ampliamenti dell’Ottocento.

Nella seconda parte del contributo le acque del Bormiese sono osservate come elemento straripante di simbolismi la cui sacralità si perde nella notte dei tempi. Un insieme di credenze magiche e miracolistiche che anche il cristianesimo ha contribuito a fondere in una sorta di spontaneo sincretismo. Così è stato anche per le fonti di San Carlo il cui mito viene efficacemente illustrato alla luce di una dovizia di documentazioni corroborate da perduranti testimonianze orali.

Roberto Togni, strenuo difensore del territorio e della cultura alpina, si è anche ripetutamente occupato dell’architettura termale in questo àmbito con particolare focalizzazione dei Bagni Vecchi e dei Bagni Nuovi di Bormio. La rivisitazione storica di queste strutture alberghiere avviene proustianamente attraverso il gioco memoriale dell’autore e l’accorto filtro di due testimonianze. La prima ad opera dell’ingegner Achille Berbenni, figlio del cavaliere Francesco mitico direttore del Grand Hotel Bagni Nuovi per oltre mezzo secolo, è una poetica rievocazione (così appare agli occhi del prefatore Morando Morandini) di un mondo affascinante, cosmopolita e per certo verso “ambiguo” che il dissolvimento dell’Impero Austro-ungarico aveva votato a inesorabile declino. L’intreccio di cronistoria e memoria, di malinconia e disincanto si risolve nell’amara constatazione che l’epoca dei Grandi Alberghi sulle Alpi è inesorabilmente cessata. L’altra testimonianza, di carattere antropologico, mutuata da un articolo di Elio Bertolina, è una puntuale e gustosa descrizione del “bagno con le pecore” prima della tosatura. Una rituale immersione di questi animali nelle acque calde dei Bagni sancita dagli antichi statuti che, coinvolgendo gli accompagnatori delle Valli, diventa occasione d’incontri e simpatiche burle. Dopo un’incresciosa parentesi durante la quale il patrimonio dei Bagni sembrava irrimediabilmente perduta, Roberto Togni saluta con favore la sapiente ristrutturazione del complesso dei nuovi bagni che restituiscono integro ai nuovi fruitori l’atmosfera di un tempo in armonia con trattamenti terapeutici di alta classe.

La centenaria storia delle Terme Bormiesi viene per la prima volta ricostruita esaurientemente da Daniela Valzer giornalista attiva in Valle. Con lo stile agile ed espressivo che le è abituale, vi rievoca tutte le alterne vicende che indussero gli enti locali a edificare in Bormio uno stabilimento termale rivolto principalmente alla piccola borghesia. Il preannunciato arrivo della ferrovia nel borgo avrebbe indotto a frequentarlo come luogo di cura per tutto l’anno in virtù del clima secco e riparato anche durante la stagione invernale. La ricostruzione di tutte le tappe, che hanno scandito la nascita e l’affermarsi delle Terme Bormiesi sino alla recente ristrutturazione globale, avviene attraverso l’attento spoglio dei fogli locali e le numerose testimonianze orali. Nella galleria dei personaggi che sono stati protagonisti della storia delle terme particolarmente sapido è il ritratto dell’ingegner Cola progettista dello stabilimento e primo titolare della concessione d’utilizzo.

Cristina Pedrana, sondriese di adozione, è un’altra costante presenza dei nostri incontri di carattere storico. Le radici bormine l’hanno indotta a non lesinare le forze offrendo anche questa volta un contributo di largo respiro, frutto di un lodevole lavorio di ricerca documentaria. Consiste in una scrupolosa e puntuale rassegna di tutti gli autori che dall’epoca rinascimentale si sono occupati dei bagni di Bormio nella prospettiva temporale di quasi quattro secoli. La tradizione letteraria che vi si collega è molto ricca e l’impianto strutturale dei diversi testi, salvo sporadiche varianti, ripetitivo. A Cristina Pedrana va ascritto il merito di aver condotto una analisi comparativa di questi autori (prevalentemente bormini o valtellinesi per scontati legami con il territorio) che hanno illustrato in latino, in volgare o poeticamente la natura e le qualità terapeutiche delle acque virtuose dei bagni di Bormio, alla luce delle teorie scientifiche avvicendatesi nel tempo. Oltre a un fruttuoso ritrovamento presso il fondo Romegialli di una copia del testo di Pietro da Tossignano trascritta da un notaio bormino e la scoperta di quello del Venusti mai citato prima, le novità vanno ricercate nella straripante parte documentaria dove sono stati raggruppati testi di antica pubblicazione o recentemente riproposti in modo disomogeneo. Una silloge antologica impreziosita da utili interventi traduttivi. Lo studio si chiude con un interessante carteggio diplomatico riguardante un mancato soggiorno curativo dei duchi di Milano ai Bagni di Bormio.

Il Parco Nazionale dello Stelvio, dotato di un incomparabile patrimonio geologico, folcloristico e faunistico, offre dal punto di vista delle acque alcune peculiarità che, oltre a sottolinearne l’importanza come scaturigine di vita, si caratterizzano per la particolare bellezza paesistica. Massimo Favaron, nel presentare il sistema idrologico del Parco, muove da un preliminare accenno all’immensa presenza dei ghiacciai, laghetti e fonti che in gran numero fanno da corona. Per la sintetica ma efficace descrizione del patrimonio idrico si avvale dell’aiuto di Paolo Berbenni, l’accademico da poco scomparso i cui studi sulle acque sono considerati imprescindibili ai fini di un’approfondita conoscenza del territorio bormiese. Quale conferma dell’autorità che Favaron riconosce allo studioso, l’analisi si avvale della voce di quest’ultimo esplicitamente coinvolto nella trattazione delle acque di superficie, sotterranee, del termalismo e della raccolta a uso idroelettrico. Il contributo è un dichiarato, deferente e affettuoso omaggio alla memoria di Paolo Berbenni ammirato come precursore delle attuali conoscenze che, improntate alla sua lezione, non dovranno mai perdere di vista la salvaguardia di un bene al tempo stesso storico, ambientale e scientifico.

Gisi Schena è autrice di un’apprezzata monografia sulla memoria dell’acqua di un tempo. Memoria preziosamente recuperata attraverso un paziente lavoro d’archivio e di testimonianze orali. Il suo contributo ne è ora una sorta di prolungamento riferito agli usi civici tra Ottocento e Novecento, quando in Bormio e nei comuni delle vicine valli si passò dalla fontana all’acquedotto. Le pretese “spigolature” sono nei fatti una puntuale e quasi amorevole ricostruzione di questi eventi, ricca di dettagli analitici anche per quanto attiene alla regimentazione delle acque e agli usi industriali del vecchio Contado. L’endemico fenomeno locale delle alluvioni si palesa come un felice spunto per estendere la ricognizione anche sul versante del culto di san Giovanni Nepomuceno protettore dalle esondazioni. Questa seconda parte potrebbe configurarsi alla stregua di un’agile e utile guida alle testimonianze artistiche di San Giovanni Nepomuceno in tutto il territorio dell’alta Valtellina e, particolarmente a Livigno, dove la devozione al Santo è tuttora radicata (né è riprova la diffusione del nome con varianti alterative di tipo diminutivale). Gisi Schena che alla Levissima, una delle acque minerali da tavola più amate dagli italiani, aveva dedicato un intero capitolo della sopra citata monografia, torna generosamente sull’argomento completandolo, dietro nostra richiesta, in maniera esaustiva grazie alla cortese collaborazione del gruppo San Pellegrino di cui questa acqua oligometallica fa parte.

100 … e più anni di luce. In questa accattivante intitolazione Augusta Corbellini compendia felicemente la “grande avventura” del consumo dell’acqua nelle nostre valli che ha profondamente segnato il paesaggio con monumentali e invasive opere infrastrutturali finalizzate allo sfruttamento idrico. La presidente della Società Storica Valtellinese ripercorre così la centenaria storia della “colonizzazione” idroelettrica in Valtellina ad opera dell’AEM-a2a, dai primi impianti di Grosotto e Grosio sino alla costruzione delle dighe in quota (Val di Fraele, Livigno) con i relativi canali derivatori sotterranei destinati all’alimentazione delle centrali. Accanto ad interessanti annotazioni sulla moderna progettualità del “linguaggio architettonico” che ha rivoluzionato l’assetto urbanistico dell’intera provincia, altre ve ne sono riguardanti il ruolo giocato dagli impianti idroelettrici dell’AEM nella guerra partigiana. Equilibrato infine il congedo ove non sono sottaciuti gli elementi di criticità legati all’impatto ambientale.

Le necessità di andare a passare le acque curative hanno notoriamente concorso alla nascita e al decollo delle grandi stazioni termali alpine dell’Ottocento. In questo panorama la scoperta dell’acqua forte di Santa Caterina Valfurva, di sapore acidulo, assurse in pochi anni a notorietà internazionale in virtù delle proprietà altamente ferrigne facilmente assimilabili dall’organismo. Anna Lanfranchi ricostruisce magistralmente lo scenario storico con una minuziosa attenzione rivolta a tutte le fasi che ne hanno contraddistinto lo sviluppo sino agli anni d’oro della belle époque. Particolareggiata è la descrizione del Grand Hotel Clementi e delle altre strutture ricettive (padiglioni e aree ludiche di contorno). Sono osservazioni analitiche mutuate da un attento spoglio archivistico. Il tutto condito con testimonianze d’illustri ospiti convenuti alle salutari acque acidulo-marziali di Santa Caterina di Valfurva. Amara la conclusione. L’acqua che rese famoso Santa Caterina è ora rifluita nel sottosuolo quasi a voler biasimare l’inerzia dei valligiani ai quali aveva offerto in dono le sue virtù salutari. Anna Lanfranchi, con una breve ma provvidenziale storia dei Bagni Nuovi, ha accettato la nostra proposta di colmare alcuni aspetti che erano sfuggiti negli altri contributi del presente volume. Lo ha fatto generosamente, in tempi ristretti, senza rinunciare all’abituale scrupolosa ricerca che le ha permesso di documentare passo a passo le tappe del nuovo corso impresso al rilancio dei Bagni in attuazione di un preciso disegno voluto dai Comuni del Mandamento di Bormio. La studiosa ha così dato conto della costruzione di un nuovo grande albergo, altamente concorrenziale, avvenuta non senza inceppi di vario genere, soprattutto di carattere finanziario. La conduzione dell’albergo affidata ai primi affittuari non risultò essere molto soddisfacente. La svolta avvenne con la vendita a una società italo-svizzera la cui oculata e lungimirante gestione non tardò a fare dei Bagni Nuovi un polo di attrazione europea.
Stefano Zazzi, studioso del recupero conservativo di dimore d’interesse storico-monumentale e professionalmente impegnato in questo àmbito, ripercorre la storia della fonte di Santa Caterina Valfurva dal punto di vista architettonico. Muove dalla descrizione dell’unica osteria e delle baite, che offrivano un tempo ospitalità agli appassionati del nascente alpinismo, per soffermarsi poi sulle costruzioni che facevano da contorno alla rudimentale fonte primitiva. In primo luogo il Grand Hotel Santa Caterina, uno degli alberghi più importanti delle Alpi italiane nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi anni del secolo successivo. I dettagli analitici mettono in luce la trasformazione architetturale della fonte ferruginosa sulla scorta delle prime immagini fotografiche, ma l’interesse precipuo risiede nella valutazione critica degli splendidi padiglioni che risalgono alla belle époqueRispetto agli specialisti che vi hanno ravvisato un amalgama di stile austro-russo e di un eclettismo di fine Ottocento, Stefano Zazzi ritiene di cogliere in queste architetture anche un tentativo di apertura alle neoavanguardie del ventesimo secolo.

La presenza della voce acqua nei dizionari etimologico-etnografici locali non poteva non chiamare in causa don Remo Bracchi, l’autorevole studioso che ne è artefice. Ancora una volta egli ha generosamente accolto l’invito a trattare questa materia con ulteriori esemplificazioni tratte dagli antichi statuti (civili, boschivi), dalla trascrizione dei processi per stregoneria avvalendosi al contempo di una ricca messe di testimonianze orali. Sapiente linguista e facondo autore in versi, Remo Bracchi procede metodologicamente da una poetica premessa di carattere generale, riferita all’acqua come fondamentale risorsa per la vita del corpo e dello spirito. Dopo aver osservato che il termine latino aqua, comune a tutta l’area romanza, presenta una antica e rara variante riscontrabile nel solo territorio bormiese, egli commenta la polivalenza del referente idronimico nei suoi specifici valori legati ai toponimi e alle tradizioni locali. Amplissima è la rassegna dei modi di dire e proverbi raccolti da informanti locali di tutta l’alta Valtellina tematicamente incentrati sull’utilizzo dell’acqua in medicina, in cucina, negli umori del corpo e nelle antiche usanze legate all’acqua benedetta. Una piccola traccia della mole di ricerche storiche, cui Remo Bracchi sta attendendo in questo momento, è riscontrabile nella parte conclusiva del contributo ove insistito è il richiamo all’uso del lemma “acqua” nei processi per stregoneria. Il tutto governato con la riconosciuta maestria che connota l’illustre glottologo.

Dall’acqua nei dizionari all’acqua nel museo. Emanuela Gasperi, direttrice del museo civico di Bormio, si propone come guida alla scoperta degli oggetti riferiti all’utilizzo dell’acqua che vi sono custoditi. Minuziosa e ricca d’informazione è la presentazione dei vari recipienti a uso alimentare, domestico e rurale. Nell’economia degli argomenti trattati in questo volume meritano un cenno alcune bottigliette di vetro dell’acqua ferruginosa di Santa Caterina Valfurva, databili intorno ai primi anni del Novecento, quando la commercializzazione raggiunse elevati picchi di vendita. Viene segnalato altresì un pezzo raro: una vasca in pietra verde locale (folόn) ove veniva immerso il tessuto di lana che, opportunamente trattato, rendeva il panno praticamente impermeabile. Sul piano più propriamente artistico l’attenzione è rivolta a una lunetta a tempera dipinta da un anonimo artista raffigurante il diluvio universale. Curiosamente la stessa tematica ricorre in una pregevole formella settecentesca. Il museo vanta anche una importante collezione di ex voto di cui Emanuela Gasperi, stimata specialista di questa espressione artistica, illustra le testimonianze visive che si richiamano alle acque. La presenza, infine, di due borracce in alluminio risalenti alla Grande Guerra è un utile spunto per ricordare l’epopea di chi combatté e si sacrificò sulle nostre alte cime quasi cent’anni or sono.

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La nutrita appendice posta a chiusura del presente volume è stata principalmente concepita a beneficio dei ricercatori e si articola in tre parti. La prima raccoglie una copiosa documentazione a supporto dello studio di Cristina Pedrana. La seconda è a cura di Lorenza Fumagalli responsabile dell’Archivio storico di Bormio che, ben consapevole dell’importanza metodologica connessa ai dati archivistici nella prospettiva della ricerca, fornisce preziose indicazioni concernenti l’uso dell’acqua in diversi archivi dell’alta Valtellina dal Trecento sino all’inizio del secolo in corso. La terza coinvolge Luca Dei Cas che già una decina di anni or sono si occupò scientificamente con lo storico Ilario Silvestri delle acque e fonti di San Carlo nel Bormiese. Il geologo offre ora una accurata esposizione dei dati tecnici riguardanti il punto attuale cui è pervenuto il costante monitoraggio del nostro territorio a seguito dei disastri che colpirono l’intera Valle nell’estate del 1987.

Abbiamo qui sinteticamente anticipato i contributi del presente volume che, come quelli che lo hanno preceduto nella collana “La Reit”, verrà offerto in omaggio alle biblioteche civiche della Provincia. Dono esteso anche alle biblioteche scolastiche con l’augurio che esso abbia a divenire strumento di consultazione per eventuali ricerche su di una fondamentale risorsa del nostro territorio.

 

 Leo Schena, Livio Dei Cas


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