La morte

8. L’invocazione dei morti

 

Nel Contado di Bormio la morte era vissuta e considerata come un fatto normale e ineluttabile, al quale l’uomo non poteva porre rimedio. Dopo la morte cominciava un’altra vita meno travagliata e più serena, lontano dalle fatiche e dalle trobilazioni terrene. I defunti divenivano così gli alleati dei viventi, dei protettori da ricercare in tutte le circostanze sfavorevoli, quando i rimedi dei comuni mortali sembravano inefficaci. Come testimonia Glicerio Longa agli inizi del secolo scorso, i morti venivano invocati di giorno e di notte per propiziarseli. E «per non eccitarne la gelosia o il dispetto, si danno ai morti aggettivi lusinghieri: povero, caro, buono» (Longa, Usi 47).

«A Bormio si usa premetter al personale del defunto, prima di nominarlo, pór, povero (al pór Migno, il povero Erminio, la póra Caterìna, i pór mòrt, in Valfurva car, caro, i car mòrt, a Livigno bón, buono. Si sente ancora ripetere al bón Giośmarìa, il buon Giovanni Maria, al figliòl del bón Pédro, il figlio del fu Pietro. L’uso è confermato dagli stessi antichi estratti di interrogatorio. Anno 1708: la fiastra [figliastra] della buona Vittoria, 1709: il cadavere della buon’Orsola defunta; 1709: questo tanto me disse il buon defunto; 1711: sia citata per causa del bon defunto [che si era strangolato]; 1712: di notte, per quanto mi disse il mio buon padre (QInq)» (Bracchi, QS9 69).

Dice ancora il Longa: «Ogni volta che una grave fatica o un lavoro difficile sono compirui facilmente, i poveri morti hanno dato una mano. Un contadino trasportava fieno con la slitta; questa si rovesciò, ma egli riuscì senza troppa fatica, e da solo, a raddrizzarla, benché molto pesante: era stato l’aiuto invisibile dei morti…» (Longa, Usi 48).

Il modo di dire in ringraziamento di un aiuto ricevuto dopo aver invocato i defunti era: Grazi, presénta l’ànima di téi pór mòrt. Presenta l’anima dei tuoi poveri morti. Allo stesso modo in caso di scampato pericolo si era soliti irngraziate le anime di coloro che hanno terminato il loro viaggio avanti a noi. Si commentava: Fortuna ai mòrt che ghe sóm rivà… Ringrazio i morti che mi hanno aiutato… Oppure: Fortuna ai mòrt che me són incorgiù (o inacòrt) in témp. Ringrazio i morti (per il loro suggerimento) che mi ha permesso di accorgermi in tempo. Ancora: Te m’àsc féit un gran servizi, preśénta l’ànima dei téi pór mòrt. Mi hai fatto un gran favore. Ringrazio i tuoi defunti.

I trapassati venivano invocati anche per la guarigione del bestiame o quando nella fattoria domestica si prospettava un parto difficile di una mucca o di una cavalla; d’altra parte il popolo bormiese era un popolo contadino e le bestie costiutivano una delle poche fonti di sostentamento. In Valfurva si diceva che i pór mòrt i protéśgen cóntra ògni malór, i poveri morti proteggono il bestiame contro ogni malore. A questo proposito il Longa: «A Sant’Antonio di valfurva, un prete fece attaccare, recentemente, sull’uscio di una casa di fianco alla nuova chiesa, un cartello incitante quei buoni contadini a fare elemosina di grano, che veniva raccolto in un cassone dietro l’uscio. Il ricavo doveva servire per la costruenda chiesa. In cambio, oltre le più grandi benedizioni del cielo, il cartello assicurava quei buoni parrocchiani così: “I poveri morti proteggeranno il vostro bestiame da ogni malore”. Ecco i poveri morti trasformati in… agenti d’assicurazione del bestiame e fare in tal modo concorrenza… a Sant’Antonio Abate, patrono della Società istituita in Valfurva, proprio per questo scopo!» (Longa, Usi 48). (…)

Estratto da Marcello CANCLINI, La morte (parte prima), pp. 50-51.

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