Fuochi, fucine, incendi...

Il fuoco, il Fiore Rosso dell’Uomo

 

 Guglielmo Scaramellini

  

1. Il Fiore Rosso, discrimine fra Uomo e Natura

Nelle ultime, drammatiche pagine del primo Libro della Giungla (impropriamente considerato un libro per l’infanzia, come proprio esse mostrano), Mowgli, il ragazzo-lupo sta per essere giudicato dal branco, sobillato dalla malvagia e crudele tigre Shere Kahn, in quanto “uomo”, e dunque indegno di fare parte del Popolo Libero dei lupi: sarà certamente ucciso, perché i vecchi lupi che l’hanno amato e protetto stanno per essere scalzati dai giovani, smaniosi di prenderne il posto e inconsapevoli di essere stati manipolati dalla tigre e dai suoi perfidi accoliti.

Ma Bagheera, la forte e generosa pantera che è nata in cattività, ma ha riguadagnato la libertà e la giungla, e degli uomini e dei loro pregi e difetti ha memoria, così parla a Mowgli: 

Terranno un Consiglio della Giungla sulla Rocca, e poi … e poi mi è venuta un’idea! – disse Bagheera con un gran balzo. – Scendi subito fino alle capanne degli uomini nella valle, e prendi il Fiore Rosso che coltivano là; così, quando verrà il momento, potrai contare su un amico più forte di me, di Baloo, o di coloro che ti amano nel branco. Va’ a prendere il Fiore Rosso!

Con “Fiore Rosso” Bagheera intendeva il fuoco, solo che nessuna creatura della giungla chiamerà il fuoco col suo vero nome. Ogni bestia vive in una paura mortale del fuoco, e inventa cento modi per descriverlo.

- Il Fiore Rosso? – disse Mowgli. – Cresce nel crepuscolo fuori dalle loro capanne. Lo andrò a prendere.

- Adesso parla il cucciolo d’uomo, – disse Bagheera con orgoglio, – Ricordati che cresce in piccoli vasi. Procuratene uno in fretta e tienilo con te per il momento del bisogno. […]

- Ecco un uomo, un uomo tutto d’un pezzo – disse Bagheera a se stesso, accucciandosi di nuovo. – Ah, Shere Kahn, mai hai fatto una caccia più terribile di quella che desti a quel ranocchio dieci anni fa! […]

 

- Bagheera ha detto la verità, – ansimò, mentre si acquattava dietro un cumulo di foraggio presso una capanna. – Domani sarà un giorno decisivo per Akela e per me.

Poi premette il volto sul bordo della finestra e fissò le fiamme del focolare. Vide la moglie del contadino alzarsi ad alimentarlo, durante la notte, con formelle nere; e quando arrivò il mattino e le nebbie erano tutte bianche e livide, vide il figlio del contadino prendere un cesto di vimini rivestito di terra all’interno, riempirlo di zollette di carbone rovente, collocarlo sotto il mantello, e uscire per prendere le vacche dalla stalla.

- Tutto qui? – si chiese Mowgli, – Se lo può fare un cucciolo, non c’è nulla da temere.

Così girò l’angolo, andò incontro al ragazzo, gli tolse di mano il cesto, e scomparve nella nebbia, mentre il ragazzo urlava per la paura.

- Mi assomigliano molto, – si disse Mowgli, soffiando nel cesto, come aveva visto fare alla donna. – Questa cosa morirà, se non le do da mangiare – e lasciò cadere rametti e pezzi di corteccia secca sulla sostanza rossa.

 

Più tardi, incontrando Bagheera che lo informa che il branco lo sta cercando, Mowgli dice: 

- Ero sulle terre arate. Sono pronto: guarda! – Mowgli sollevò il cesto del fuoco.

- Bene! Ora, ho visto gli uomini ficcare un ramo secco in questa sostanza, e subito il Fiore Rosso sbocciava sulla sua estremità. Non hai paura?

- No. Perché dovrei avere paura? Adesso mi ricordo, se non è un sogno: prima di essere un lupo, ero disteso vicino al Fiore Rosso, ed era caldo e piacevole.

 

La differenza fra l’uomo che non solo non teme il fuoco, ma lo ha piegato ai propri voleri, e gli animali, che lo temono e aborrono, si impone proprio durante lo scontro che avviene nel Consiglio della Giungla, ed oppone il vecchio capo branco Akela, Bagheera, Mowgli e pochi altri che difendono la Legge della Giungla e l’onore del branco (che non può espellere un membro che non l’ha infranta, come Mowgli, per consegnarlo alla morte) a Shere Kahn e ai suoi numerosi accoliti, che invece proprio questo vogliono: 

Mowgli si rizzò in piedi, col cesto del fuoco tra le mani. Poi stirò le braccia, e sbadigliò in faccia all’assemblea, ma rabbia e dolore lo rendevano furioso, perché, alla maniera dei lupi, i lupi non gli avevano mai detto quanto lo odiassero. – Sentite, voi! – gridò, – non c’è bisogno di guaire come cani. Talmente tante volte mi avete detto stanotte che sono un uomo (e davvero sarei stato un lupo con voi fino alla fine della mia esistenza) che sento la verità delle vostre parole. Così non vi chiamo più fratelli, come direbbe un uomo. Quello che farete o che non farete, non spetta a voi deciderlo. La questione riguarda me, e, per considerare la questione in modo più chiaro, io, che sono un uomo, ho portato qui un po’ di Fiore Rosso che voi, cani, temete.

Scagliò a terra il cesto del fuoco, e alcuni carboni ardenti incendiarono un ciuffo di muschio disseccato che divampò, mentre tutta l’assemblea balzava indietro terrorizzata davanti alle fiamme saltellanti.

Mowgli spinse nel fuoco il ramo secco finché i fuscelli non presero fuoco crepitando, e lo roteò sopra il capo tra i lupi tremebondi.

- Sei tu il padrone, – disse Bagheera sottovoce. – Salva Akela dalla morte. È sempre stato tuo amico. […]

- Bene! – disse Mowgli, guardandosi lentamente attorno. – Vedo che siete proprio dei cani. Vi lascio per andare dal mio popolo, se davvero è il mio popolo. […] Ma non ci sarà tra di noi del branco. Però c’è un debito da pagare, prima che me ne vada. – Avanzò verso Shere Kahn, che, accucciato, batteva stupidamente le palpebre davanti alle fiamme, e gli afferrò il ciuffo sul mento. Bagheera lo seguì, per proteggerlo. – Su, cane! – gli gridò Mowgli – Su quando parla un uomo, o ti do fuoco alla pelliccia!

Con le orecchie appiattite sul capo, Shere Kahn teneva gli occhi chiusi, perché il ramo ardente era molto vicino.

- Questo ammazza bestiame ha detto che mi avrebbe ucciso nell’assemblea, perché non mi aveva ucciso quando ero un cucciolo. Così e così, allora, noi picchiamo i cani quando siamo uomini. Muovi un baffo, Lungri, e io ti ficco il Fiore Rosso giù per il gozzo! – percosse Shere Kahn sul capo, e la tigre uggiolò e piagnucolò in un’agonia di terrore.

- Bah! Gatto bruciacchiato della giungla, ora vattene. Ma ricordati che la prossima volta che verrò alla Rocca del Consiglio, come si conviene a un uomo, sarà con la pelle di Shere Kahn sulla testa. Per il resto, Akela è libero di vivere come gli aggrada. Voi non lo ucciderete, perché io non voglio [R. Kipling, I libri della Giungla, traduzione di Carlo Pagetti, Gruppo Editoriale Espresso, Roma 2004, pp. 22-28].

 

Ho voluto iniziare la presentazione del volume che i promotori del Convegno cardiologico di Bormio del 2015 dedicano al “fuoco” con queste pagine di Rudyard Kipling perché mi pare che l’invenzione artistica renda meglio di qualunque pagina erudita o accademica il senso che per l’Uomo dei primordi ebbe la “scoperta del fuoco”, che – ci hanno sempre insegnato – è stato ciò che ha fatto, appunto, dell’Uomo ciò che è stato nel corso dei millenni e ovunque sulla superficie terrestre.

Scoperta qui significa non soltanto il prendere coscienza dell’esistenza del fuoco e dei suoi effetti, per così dire, spontanei, ma anche trasformarlo in innovazione tecnica utile per la vita umana: significa saperlo provocare e domare a proprio piacimento, per la difesa e il benessere del gruppo, per la preparazione del cibo, per l’eliminazione della vegetazione onde ricavare terreno coltivabile, per la cottura della terracotta, la fusione dei metalli, per la festa e l’allegria, ma anche per l’offesa nei confronti del nemico, o per l’incinerazione dei morti … e per ogni altro uso cui la cultura umana, nel bene o nel male, lo destini.

 

2. Fuoco distruttore e fuoco creatore

 

In effetti, il ruolo del fuoco nella fondazione e nell’esistenza (ma anche nella caratterizzazione) della (delle) società è tema fondante l’antropologia e la paleontologia.

Ruolo, ad esempio, magistralmente indagato da Claude Lévi-Strauss che, in Le cru et le cuit (Il crudo e il cotto, del 1964), esamina alcuni miti americani (partendo dal “mito di riferimento” degli Indiani Bororo del Brasile centrale) relativi all’“origine del fuoco”. Tali miti mostrano il modo con il quale i gruppi umani rimarcano il passaggio dallo stato “naturale” a quello “culturale”, raggiunto tramite la cottura del cibo mediante l’uso del fuoco: uso mostrato ai loro mitici antenati da un essere superiore (spesso un giaguaro), oppure fuoco ad esso rubato con l’inganno: come nel mito greco di Prometeo, ma con conseguenze meno drammatiche per l’“eroe civilizzatore” indiano.

Infatti, la cottura del cibo (la carne degli animali cacciati) è ottenuta, inizialmente, nel modo più semplice, tramite l’arrostimento diretto della carne sul fuoco, oppure, in maniera più complessa, facendo cuocere la vivanda nell’acqua, a sua volta contenuta in un recipiente, strumento ulteriormente culturale rispetto alla griglia (citata nei miti fondatori amazzonici) [C. Lévi-Strauss, Mythologiques. Le cru et le cuit, I, Plon, Parigi 1964, pp. 74-80, 135-141, 149-152, 195-202, 291-305], e dunque tale da rimarcare un ulteriore passo sulla via dello sviluppo “umano”.

Ma il fuoco “è analizzabile in due modalità, l’una celeste l’altra terrestre”: “tutte le tribù individuate suddividono il fuoco in due categorie: fuoco celeste e distruttore, fuoco terrestre (o di cucina) e creatore” [Lévi-Strauss, 1964, pp. 217-218. Ad esempio, in un mito gé (messo a confronto col “mito di riferimento” bororo) relativo all’origine tabacco, il fuoco costruttore è quello di cucina, il distruttore brucia i cadaveri (pp. 114-115)]: come d’altra parte l’acqua, che a sua volta si distingue anch’essa –specularmente – in due tipi, ma opposti a quelli del fuoco: “un’acqua creatrice, di origine celeste, e un’acqua distruttrice, di origine terrestre”. Quest’acqua terrestre è distruttrice perché spegne il fuoco: dunque, l’eroe culturale diverrà padrone del fuoco quando imparerà a dominare l’acqua, impedendole di spegnerlo [Lévi-Strauss, 1964, pp. 195-197]. Non seguiremo questo percorso mitologico (vale a dire di studio dei miti) relativa all’“opposizione fondamentale” che si sviluppa in intrecci complessi e suggestivi, ma torniamo al tema del fuoco come mediatore fra natura e cultura.

In conclusione: 

Negativamente e positivamente, tutti i miti si riferiscono all’origine della cottura degli alimenti. Essi contrappongono questo modo di nutrirsi ad altri: quello dei carnivori, mangiatori di carne cruda; quello di quanti si nutrono di carogne [charognards], mangiatori di carne guasta. Ma – e qui c’è una terza differenza – i miti evocano diverse forme di cannibalismo: aereo (gli urubu) e acquatico (i piranha) nel mito boboro; terrestre nei miti gé, ma in tal caso, ora naturale, e che riguardano la carne cruda (animale carnivoro), ora soprannaturale e che riguardano la carne cotta (orchessa opinayé) [Lévi-Strauss, 1964, pp. 291-292].

 

Di più, 

secondo tutti i miti, la scoperta della cucina ha profondamente colpito le relazioni che fino ad allora prevalevano fra cielo e terra. Prima di conoscere il fuoco e la cottura degli alimenti, gli uomini non potevano far altro che porre la carne su una pietra per esporla ai raggi del sole (attributi terrestre e celeste per eccellenza). Per mezzo della carne, si attestava così la prossimità del cielo e della terra, del sole e dell’umanità [Lévi-Strauss, 1964, p. 295].

 

Procedura che implicava, ovviamente, l’azione del sole, il quale può agire però anche in maniera negativa, disseccando la terra, e promuovendo dunque a un altro insieme di miti, concernenti anch’essi l’origine del fuoco, ma ora “non il fuoco benefattore della cucina”, ma quello “malefico, poiché incendia la terra”. 

Tra il sole e l’umanità, la mediazione del fuoco di cucina, si esercita dunque in due modi. Mediante la sua presenza, il fuoco di cucina evita una disgiunzione totale, unisce il sole e la terra e preserva l’uomo dal mondo putrido che sarebbe la sua sorte se il sole sparisse veramente: ma questa presenza è anche interposta, ciò che porta a dire che essa evita il rischio di una congiunzione totale, da cui risulterebbe un mondo bruciato. […] oscilla dunque tra i due estremi della carne disseccata e della carne putrida, senza mai giungere, con la cottura degli alimenti, a trovare l’equilibrio tra il fuoco che distrugge, e l’assenza di fuoco, che pure distrugge [Lévi-Strauss, 1964, p. 299].

 

Con la cottura dei cibi, invece, si sviluppa “l’azione mediatrice del fuoco di cucina tra il sole (cielo) e la terra” che consente la mediazione fra i due poli opposti della “assenza di mediazione per eccesso” di calore solare, che provoca il “mondo bruciato”, e della “assenza di mediazione per difetto”, che, al contrario, provoca il “mondo putrido”. L’azione culturale dell’uomo (che conosce e governa il fuoco) produce invece l’equilibrio nei rapporti fra cielo e terra: azione di significato cosmico.

Dunque, si potrebbe dire, il fuoco naturale e il fuoco artificiale si oppongono e si integrano, nei diversi miti, assumendo valenze positive o negative secondo le diverse visioni culturali e le diverse circostanze reali. Nondimeno, rimane un’ambivalenza dell’elemento che accompagna costantemente il modo in cui la cultura umana ha affrontato e definito il fuoco rispetto all’esistenza dell’Uomo sulla Terra durante tutta la sua storia.

 

3. Il fuoco e la mente umana

 

Perciò, quando, l’anno passato gli organizzatori degli incontri bormini mi hanno chiesto un parere sulla scelta del “fuoco” come tema per l’anno 2015, ho risposto positivamente, senza esitazione. Dopo avere trattato l’acqua l’anno precedente, trattare il fuoco pareva scontato, naturale: certo, l’acqua ha una consistenza materiale (benché non sia solida che accidentalmente, e spesso sia eterea), ma è un agente costitutivo e perennemente attivo nella costruzione (e nella distruzione) della superficie terrestre, oltre che un elemento indispensabile per la vita su di essa, per qualunque forma di vita: dunque un elemento con cui lo studioso di geografia umana ha dovuto, sempre e ovunque, fare i conti nelle proprie ricerche sul campo.

Il fuoco, invece, esiste concretamente soltanto quando arde – per cause naturali o artificiali –, finché trova esca: poi si spegne e non esiste più, finché non sia rinnovato. Certo, esso esiste e arde sempre in qualche luogo della Terra; inoltre può essere evocato in qualunque momento, tramite opportune operazioni (un tempo assai più complesse di oggi, tanto che in molte culture esso non si doveva mai spegnere); esiste sempre in potenza, avrebbero detto i filosofi d’un tempo, ma finché non lo evochiamo esso non esiste nella nostra realtà concreta.

Ma sappiamo anche che, col fuoco, le nostre comunità (tutte le comunità umane) hanno sempre dovuto confrontarsi, nel bene e nel male, dato il suo ambivalente statuto ontologico: senza il fuoco la vita umana non sarebbe stata in passato e non sarebbe oggi ciò che è; ma il fuoco – in tutte le sue manifestazioni, creatrici e distruttive – è anche stato un fattore di rischio e di morte per l’Uomo.

Proprio questo statuto ambivalente ha fatto, e ancora fa, del fuoco un elemento problematico per noi, per il nostro pensiero e per la nostra azione: come scrive il filosofo francese Gaston Bachelard, infatti, esiste 

un problema in cui l’attitudine oggettiva non ha mai potuto realizzarsi, o la seduzione primitiva è così definitiva che deforma ancora gli spiriti più retti e che li riconduce sempre all’ovile poetico in cui i sogni prendono il posto del pensiero, dove i poemi nascondono i teoremi. È il problema psicologico posto dalle nostre convinzioni sul fuoco [G. Bachelard, La psychanalyse du feu, Gallimard, Parigi 2012, p. 12].

 

Ciò avviene perché la domanda si situa in una “zona oggettiva impura, in cui si mescolano le intuizioni personali e le esperienze scientifiche” di ognuno. 

Il fuoco è così un fenomeno privilegiato che può spiegare tutto. Se tutto ciò che cambia lentamente si può spiegare per mezzo della vita, tutto ciò che cambia rapidamente si spiega col fuoco. Il fuoco è l’ultra-vivente. Il fuoco è intimo ed è universale. Il fuoco vive nel nostro cuore. Esso vive nel cielo. Esso sale dalle profondità della sostanza e si offre come un amore. Esso ridiscende nella materia e si nasconde, latente, contenuto come l’odio e la vendetta. Fra tutti i fenomeni, esso è veramente il solo che possa ricevere le due valorizzazioni contrarie: il bene e il male. Esso brilla in Paradiso. Esso brucia nell’Inferno. È dolcezza e tortura. È cucina e l’apocalisse. È piacere pel bambino seduto saggiamente presso il focolare; nondimeno punisce ogni disobbedienza quando si vuole giocare troppo dappresso alle sue fiamme. È benessere ed è rispetto. È un dio tutelare e terribile, buono e cattivo. Esso può contraddirsi: è dunque uno dei principi di spiegazione universale [Bachelard, 2012, pp. 23-24].

 

L’umanità – da millenni e millenni – non saprebbe pensare se stessa senza il fuoco; non sarebbe neppure tale, e cioè “umana”, senza di esso: tutti conoscono il mito di Prometeo, che ruba il fuoco agli dei, e da costoro viene punito, per l’eternità, a pagare il fio della sua sfida, del suo sacrilegio, della hybris che ha reso gli uomini – almeno nell’uso del fuoco – simili agli dei immortali.

Rottura dell’ordine divino che fa il paio col “peccato originale” biblico, col gustare i frutti dell’albero della conoscenza dell’Eden.

Non è un caso, dunque, che Bachelard intitoli a Prometeo il primo dei “complessi” psicoanalitici che fondano la “psicoanalisi del fuoco”: 

Proponiamo dunque di disporre sotto il nome di complesso di Prometeo tutte le tendenze che ci spingono a sapere quanto i nostri padri, più dei nostri padri, quanto i nostri maestri, più dei nostri maestri. […] Il complesso di Prometeo è il complesso di Edipo nella vita intellettuale [Bachelard, 2012, pp. 30-31].

 

Fin dalle scuole elementari sappiamo che la “scoperta” e l’uso del fuoco hanno fatto uscire l’umanità dallo stato ferino, ne hanno fatto un essere “culturale”, “civile”; esso gli consente la manipolazione dei cibi, il riscaldamento dell’abitazione nei luoghi e nelle stagioni fredde, la lavorazione dei metalli, la cottura della creta, l’eliminazione della vegetazione spontanea per far luogo alle colture, ma anche la distruzione delle messi e delle abitazioni dei nemici, la punizione più dura per i colpevoli dei (spesso presunti) crimini più nefandi … 

Come ha scritto il paleontologo francese André Leroi-Gourhan, 

non è senza ragione che il mito di Prometeo riflette al contempo la vittoria sugli dei e un incatenamento, né che la Bibbia, nella Genesi, narri l’uccisione di Abele da parte dell’agricoltore Caino, costruttore della prima città e antenato del suo doppio, Tubalcain, il primo metallurgista.

Il tecnico è dunque veramente il padrone della civiltà perché è il padrone delle arti del fuoco. […] È lui che, lungo il corso di cinquanta secoli, senza che i livelli ideologici siano realmente evoluti, ha messo tra le mani degli uomini «più importanti» [capitaux] i mezzi per realizzare il trionfo del mondo dell’artificiale su quello della natura. L’atmosfera di maledizione nella quale, per la maggior parte delle civiltà, debutta la storia dell’artigiano del fuoco, non è che il riflesso di una frustrazione intuitivamente percepita fin dall’origine [A. Leroi-Gourhan, Le geste et la parole. Technique et langage, Albin Michel, Parigi 1964, I, pp. 248-249. Il personaggio di Tubalcain (o Tubal-caìn) compare in Genesi, 4, 22].

 

Ma di tali temi si fa cenno in molti saggi di questo libro, e dunque non occorre dilungarci qui su di esso.

 

4. Fuoco e fuochi nella storia e nella cultura del Bormiese

 

Dunque, un universo di significati profondi, simbolici e vitali, positivi e negativi, quelli legati al fuoco, cui rimandano anche presso di noi miti, leggende, riti, consuetudini, comportamenti, e di cui si è perso il senso originario, ma che hanno attraversato i secoli e fors’anche i millenni.

Di alcuni di essi Remo Bracchi dà in questo stesso libro un saggio – come sempre magistrale – erudito e brillante, addentrandosi nei meandri della lingua e dei suoi referenti culturali profondi, spesso insospettabili.

Particolare attenzione ottiene, nei saggi qui presentati, il significato simbolico-religioso del fuoco, che, risalendo ai tempi storici da quelli preistorici e pagani, ha promosso luoghi di culto e devozioni popolari, intessuto credenze, riti, superstizioni, manifestazioni folcloriche: ne sono esempi, qui, i saggi di Andrea Maiolani sui falò che, tradizionalmente, illuminano le notti di feste cristiane come quelle di gennaio (Epifania, S. Antonio Abate) o estive (S. Lorenzo, ferragosto), che marcano momenti cruciali dell’anno agrario, civile o religioso, e le cui ceneri hanno spesso usi rituali e propiziatori.

Al medesimo S. Antonio Abate sono dedicati altri saggi, come quello di Ilario Silvestri sulle devozioni nei confronti del santo, sul suo ruolo di protettore degli animali, ma anche di curatore della malattia del “fuoco” che da lui prende il nome (in quanto vincitore del fuoco della tentazione), ma anche su roghi purificatori, come quello cui erano destinati i lupi (morti) e le streghe (vive), accomunati dall’essere considerati nemici capitali della comunità.

All’iconografia devozionale del fuoco (fra cui quella relativa allo stesso eremita, ma anche di S. Lorenzo, martirizzato con la graticola, delle anime purganti nelle fiamme del Purgatorio, ma anche quella del Sacro Cuore) presente nelle chiese, cappelle, edicole e case private dell’Alta Valtellina è dedicato il contributo di Maria Valentina Casa, che colloca tali usi simbolici, rituali e apotropaici sulla storia culturale del fuoco.

Emanuela Gasperi esamina invece i reperti relativi al fuoco presenti nel Museo Civico di Bormio: reperti che riguardano il fuoco reale in tutte le sue manifestazioni domestiche (per la cucina, il riscaldamento, l’illuminazione, il bucato e la stiratura dei panni) e la produzione (casearia, siderurgica); ma è presente anche il fuoco simbolico e rappresentato (ex voto per scampati pericoli d’incendio, iconografie di santi e di anime purganti o dannate).

Il fuoco, nelle sue manifestazioni più intime, dalle interpretazioni spesso metaforiche, è stato – ed è – presente anche nelle manifestazioni artistiche della cultura locale: quelle che Gisi Schena raccoglie ed esamina nel suo saggio relativo ad alcuni autori locali, che spesso esprimono i loro sentimenti in poesie vernacolari.

Ma il fuoco è stato anche vita concreta, quotidiana o straordinaria per le nostre comunità, soprattutto nel passato, perché oggi, come ricorda Luisa Bonesio nel suo elzeviro, esso è scomparso dalla nostra esperienza d’ogni giorno, ed è evocato soltanto simbolicamente o tramite surrogati.

Altri saggi riguardano il fuoco reale nelle sue manifestazioni, creatrici e distruttive, che hanno interessato il Bormiese nei secoli (quasi per un millennio, in realtà).

Per quanto riguarda la forza positiva del fuoco controllato dall’uomo, Stefano Zazzi ricostruisce la storia plurisecolare della siderurgia bormina, dagli esordi documentati del Medioevo alla sua fine ottocentesca: siderurgia che nei forni utilizzava l’enorme potenza del fuoco costretto nelle strutture murarie, ma anche quello dei pojat, destinati alla produzione del carbone di legna indispensabile alla fusione del ferro.

Il fuoco, inoltre, ha interferito in maniera spesso brutale e drammatica con l’esistenza delle comunità, colpite troppo di frequente da incendi localizzati o generali, spontanei o indotti volontariamente: fra questi ultimi, tre sono ricordati da Leo Schena, vale a dire quello appiccato dai Comaschi alla fine del XII secolo, poi quello del 1376, opera delle truppe viscontee di Giovanni Cane e, infine, quello del 1621, che, appiccato volontariamente dalle (allora e formalmente alleate) vincenti truppe spagnole distrusse quasi completamente il borgo.

Del resto, il pericolo sempre incombente di incendi in un borgo e in villaggi quasi completamente costruiti in legno, aveva spinto la Comunità a emanare norme e imporre restrizioni all’uso libero del fuoco nei luoghi abitati e nelle terre di sua pertinenza, ma anche a formare un corpo di “pompieri”, come ricordano i saggi di Daniela Valzer e di Anna Lanfranchi, che riportano anche i numerosi incendi spontanei che funestarono il Bormiese nei secoli (come quello di Taronno del 1908, accuratamente documentato nello svolgimento e nei danni provocati), ma anche le fiamme che arsero nelle vicende giudiziarie, che al fuoco ricorrevano come pena purificatrice (ad esempio, per le accuse di stregoneria, come quella rivolta a Elisabetta Rocca, l’ultima “strega”, peraltro non confessa neppure sotto tortura, giustiziata a Bormio nel 1715), o quello di Augusta Corbellini, che ricorda episodi di incendi in pace e in guerra dei secoli passati, ma anche i “fuochi” apparsi in cielo nei secoli passati, e considerati forieri di sciagure (come nel 1737 e 1739), nonché i roghi destinati a estinguere la stregoneria …

Infine, due saggi sono dovuti a Cristina Pedrana: l’uno, partendo dalla presenza inquietante del fuoco nella cultura locale, ma anche nella letteratura, ed esaminando le memorie di incendi presenti nel territorio bormino, specialmente attraverso le cronache locali; altre cronache ricostruiscono le vicende della vita del conte bresciano Galliano Lechi prima e durante l’esilio bormino, conclusosi drammaticamente, come testimonia il secondo saggio, consistente nella ricostruzione degli eventi fatta da Tullio Urangia Tazzoli, nel 1929: eventi che si concludono col fuoco (questa volta dei fucili dei villici) che pone fine alla vita del nobile fuoruscito. Il fatto avviene all’inizio della rivoluzione che pose termine al dominio grigione in Valtellina e Contadi nel luglio del 1797, e troncò la vita dello stesso Lechi e dei suoi seguaci, Vincenzo Zuccola e Giovanni Battista Silvestri, che, certo, gli uccisori – abitanti della valle, che intendevano così difendere lo status quo istituzionale dell’antica Comunità – consegnavano volentieri (almeno due su tre, che avevano rifiutato i “conforti religiosi”) alle fiamme dell’Inferno. Il quarto, Filippo Nesina, era stato invece risparmiato, e, dopo la terribile esperienza e passate alcune settimane di carcere a Bormio, era potuto tornare al suo focolare. Motivi di convenienza economica evitarono invece il fuoco alla palazzina di proprietà del defunto conte Lechi, perché sarebbe divenuta proprietà comunitaria.

Insomma, anche in questa drammatica e romanzesca vicenda il fuoco non fu, affatto, estraneo.

Ċ
Centro Studi Storici Alta Valtellina,
07 mar 2017, 07:00
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