Fioretti di don Carlo

In te ho posto la mia fiducia

 

La robustezza morale di don Carlo si poteva cogliere da ogni frammento della sua vita, tanto nelle parole quanto nelle opere, legato l’uno all’altro da una coerenza profonda che faceva di lui una personalità unificata e armonica. Lavoratore instancabile, cercava di sviare l’attenzione rivolta alla sua persona, presentandosi quasi nelle vesti di un allegro bontempone che ama il bel vivere. Incontrando qualcuno più anziano, che ancora si dava da fare con preoccupazione eccessiva per condurre avanti la propria azienda domestica, gli ripeteva il proverbio: Laurìi vòtri, véc’, che gh’ì la pèl düra, cùma al dis la Sàcra Scritüra “Lavorate voi, vecchi, che avete la pelle dura, come dice la Sacra Scrittura”.

Anche il costante riferimento alla morte, visto da lui come il punto di arrivo più alto della propria esistenza, non lo turbava. Ci confidava tra il serio e il faceto: Quàndo al mör an mè cuscrìc’, mi fò fèsta, parchè staòlta l’é gnamò tucàda a mì “Quando muore un mio coscritto, io faccio festa! Perché, almeno per questa volta, non è ancora toccata a me”. «A volte ironizzava sulla sua stessa morte e sull'aldilà; a proposito del suo funerale diceva  che sicuramente sarebbe stato per lui un momento di divertimento garantito. Poteva permettersi questo invidiabile atteggiamento di distacco a motivo della sua grande fede e della certezza che la  morte segna l'inizio della vera vita» (Al prèt di lach, Bormio 2003, p. 22).

La sua vera statura di gigante dello spirito si è potuta vedere, senza più alcuna bava di penombra, nelle sue vigilate reazioni alla distruzione delle amatissime contrade provocata dalla grande frana. Il giorno stesso del disastro, ritornando alla “Villa sorriso”, sul conoide del torrente Campello, dove si trovava sfrattato con la propria gente, dopo aver visto tutto il suo passato cancellato di colpo, non ha smarrito il proprio buonumore radicato nella sua fede incrollabile: U perdü tüt, adès g’ò pü gnént. Ma quél che ‘l me mànca de pü l’è ‘l mè pécen “Ho perso ogni cosa, ora non ho più niente. Ma ciò di cui sento maggiormente la mancanza è il mio pettine”. Don Carlo era pelato. Si accontentava della propria condizione e se ne serviva per far sorridere gli altri. Quasi con orgoglio ripeteva nel suo bel dialetto tiranese: Mèi gris che pelàa, ma n tòch mèi pelàa che mòrt! “Meglio grigio che pelato, ma molto meglio pelato che morto!”.
 
Estratto da Remo BRACCHI, I fioretti di don Carlo, p. 69.
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